Emilio Salgari

Capitan Tempesta


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la grazia di combattere il turco. Se anche soccombessi, nessuno mi piangerebbe giacchè sono l’ultimo discendente dei conti di Perpignano.

      – No, tenente.

      – Il turco vi ucciderà.

      Un sorriso sdegnoso sfiorò le belle labbra della fiera duchessa.

      – Se io non fossi stata così forte e risoluta, Gastone Le Hussière non mi avrebbe amata – disse. – Io mostrerò ai turchi ed ai comandanti veneti come sa battersi Capitan Tempesta. Addio, signor Perpignano. Non dimenticherò mai nè El-Kadur, nè il mio prode tenente.

      S’avvolse tranquillamente nel suo ferraiuolo, posò la sinistra sulla spada con un gesto superbo e scese dal bastione, mentre le artiglierie degli assediati e degli assedianti tuonavano con crescente furore, illuminando, di quando in quando, sinistramente la notte.

      CAPITOLO III. Il Leone di Damasco

      L’alba incominciava a sorgere, illuminando le pianure di Famagosta cosparse di rovine fumanti. Il cannone non era stato zitto un sol momento quella notte e tuonava ancora, ripercuotendosi contro le vecchie case della città assediata ed entro le strette viuzze già quasi tutte ostruite da macerie.

      L’immenso campo delle orde turche a poco a poco si scopriva. Miriadi e miriadi di tende coprivano l’orizzonte, alcune altissime a tinte svariate, ma sempre smaglianti, sormontate da aste con una mezzaluna sulla cima e una coda di cavallo sotto ed altre più piccole.

      In mezzo a quel caos, giganteggiava quella altissima e vastissima del vizir, il comandante in capo del formidabile esercito, tutta in seta rossa, collo stendardo verde del Profeta spiegato sulla cima, quello stendardo che bastava da solo a fanatizzare gli infedeli ed a renderli formidabili e furibondi come i leoni dei deserti arabi.

      Miriadi d’uomini, chi a piedi e chi a cavallo, si agitavano sul margine dell’accampamento, facendo scintillare ai primi raggi del sole le loro armature, i loro elmetti e le loro scimitarre. Guatavano con occhi sanguinosi Famagosta, meravigliandosi che quel nido di cristiani non fosse ancora stato espugnato dopo il furioso bombardamento della notte.

      Capitan Tempesta, che era tornato, dopo aver avvertito il comandante della piazza della sfida corsa fra lui ed il polacco, guardava l’accampamento dal vano di due merli sfuggiti miracolosamente alle enormi palle di pietra, che avevano coperto il bastione di rottami e di schegge.

      A pochi passi, il polacco, aiutato dal suo scudiero, si faceva stringere la corazza, sagrando incessantemente perchè non la trovava mai sufficientemente a posto. Era un po’ pallido e non pareva molto tranquillo, quantunque, dobbiamo dirlo a onor suo, non fosse già la prima volta che si misurava cogli infedeli.

      Il signor Perpignano, aiutato da uno schiavone, teneva invece per le briglie due splendidi cavalli di razza incrociata italiana ed araba, osservando di quando in quando minutamente le cinghie e mormorando fra sè:

      – Certe volte una correggia troppo allentata può compromettere la vita d’un uomo.

      Il cannoneggiamento era cessato da una parte e dall’altra. Nel campo nemico si udivano le voci dei muezzin a recitare la preghiera mattutina, che terminava sempre con una incitazione a sterminare i giaurri, ossia i cani cristiani; sugli spalti di Famagosta i veneziani facevano colazione con un po’ d’olive e qualche pezzo di pane quasi immangiabile, poichè le provviste erano diventate ormai così scarse, ed i poveri abitanti, per non morire di fame, si vedevano costretti a cibarsi di erbe cotte e di cuoio bollito.

      La preghiera dei muezzin era appena terminata, quando si vide un cavaliere turco lasciare il campo e spingersi al galoppo verso le mura di Famagosta e più precisamente verso il bastione di San Marco, seguito da un soldato che reggeva un’asta portante, al di sotto della mezzaluna e della coda di cavallo, un fazzoletto di seta bianca.

      Era un bel giovane di ventiquattro o venticinque anni, dalla pelle bianca, i baffi neri, lo sguardo vivo e ardente, e vestito superbamente. Attorno al cimiero aveva una pezzuola di seta rossa, arrotolata come in forma di turbante e sulla cima una lunga penna di struzzo bianca; il petto l’aveva racchiuso in una corazza lucentissima arabescata ed argentata, ai polsi portava bracciali d’acciaio e sulle spalle un lungo mantello bianco infioccato, con una larga striscia azzurra all’estremità inferiore.

      I calzoni, pure di seta, erano invece ampi, alla turca e calzava stivaletti di marocchino che sparivano quasi tutti entro le larghe staffe di acciaio brunito.

      Teneva in pugno una scimitarra e nella fascia che gli stringeva le reni portava un jatagan leggero, colla lama lievemente curva.

      Quando giunse a trecento passi dal bastione, fece segno al suo scudiero di piantare in terra l’asta come per segnalare agli assediati che si presentava sotto la protezione della bandiera bianca e dopo d’aver fatto caracollare per qualche minuto, con maestria impareggiabile, il suo magnifico cavallo arabo, tutto bianco, con una criniera lunghissima adorna di nastri e di fiocchi, gridò con voce maschia:

      – Muley-el-Kadel, figlio del pascià di Damasco, sfida per la terza volta i capitani cristiani, ad armi bianche. Se non accettano ancora io li tratterò da vili sciacalli, indegni di combattere contro i forti guerrieri della Mezzaluna.

      Vengano dunque a misurarsi, uno alla volta, se hanno nelle vene del vero sangue.

      Muley-el-Kadel aspetta.

      Il capitano Laczinki, che finalmente si era accomodata la corazza, si fece innanzi, salì sull’orlo del bastione e con un vocione che parve il muggito di un toro rispose, sguainando nel medesimo tempo, con un gesto tragico il suo spadone:

      – Muley-el-Kadel non tornerà a sfidare i capitani cristiani, perchè fra cinque minuti io lo inchioderò sul suo cavallo come una scimmia. Siamo in due che abbiamo giurato di farti la pelle, cane d’un miscredente.

      – Che vengano,– rispose il turco, continuando a far caracollare il suo bianco cavallo, come per dimostrare quale abile cavaliere egli fosse, – e si misurino con me uno alla volta.

      – Siamo pronti tuonò il polacco.

      Poi, volgendosi verso Capitan Tempesta, che stava per salire sul proprio destriero, gli disse con una certa ironia che non isfuggì alla giovine duchessa:

      – È vero che noi lo uccideremo?

      – Sì, – rispose freddamente la capitana.

      – Giuochiamo prima a chi tocca affrontare quel mascalzone.

      – Come volete, capitano.

      – Ho ancora uno zecchino in tasca: testa o croce?

      – Scegliete voi.

      – Preferisco la testa: sarà un buon augurio per me, pessimo pel turco. A chi toccherà la croce sarà colui che si misurerà con quel cane.

      – Gettate.

      Il polacco lanciò in aria lo zecchino e mandò una bestemmia.

      – Croce, – disse – giuocate voi.

      Capitan Tempesta prese la moneta ed a sua volta la lanciò.

      – Testa disse colla sua solita voce fredda. – Tocca a voi, capitano, affrontare pel primo il figlio del pascià di Damasco.

      – Lo infilerò come un gufo rispose il polacco, – Se io sbaglierò, spero che voi mi vendicherete per l’onore dei capitani di Famagosta e della cristianità, quantunque dubiti assai del vostro coraggio e del vostro braccio.

      – Ah! Davvero? esclamò Capitan Tempesta, con accento beffardo.

      – Non mi fido che della mia spada.

      – Ed io della mia: andiamo.

      Il polacco montò sul suo cavallo, la saracinesca del bastione fu alzata per ordine del comandante degli artiglieri, ed i due valorosi uscirono, galoppando per la pianura.

      Tutti i difensori di Famagosta e anche gli abitanti, già avvertiti che due capitani cristiani avevano deciso di raccogliere la sfida del turco, si erano affollati sulle diroccate mura, ansiosi di assistere a quel tragico duello.

      Le donne pregavano a mezza voce, invocando dalla Madonna