Emilio Salgari

I misteri della jungla nera


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cacciatore di serpenti, senza volerlo, era caduto in ginocchio tendendo le mani verso di lei che indietreggiò con maggiore spavento.

      – Non toccarmi! – diss’ella, con un filo di voce.

      Tremal-Naik aveva emesso un sospiro:

      – Sei bella! esclamò egli con passione.

      – Taci, Tremal-Naik!

      – Sei bella!… – ripeté il selvaggio figlio della jungla. Ella gli pose un dito sulle labbra.

      – Se non vuoi perdermi, non fare rumore, – disse la giovanetta con dolce rimprovero. – Tu non sai ancora, i tremendi pericoli che ci minacciano.

      – Io sono Tremal-Naik! Chi è quest’uomo che ti minaccia? Dimmelo ed io, il cacciatore di serpenti, ti giuro che domani questo nemico sarà scomparso dalla terra!…

      – Non parlare così, Tremal-Naik!

      – Perché?… Senti, fanciulla: non aveva mai veduto un volto di donna nella mia jungla popolata dalle sole tigri. Quand’io per la prima volta ti vidi, agli ultimi raggi del sole morente, là, dietro quel cespuglio di mussenda, mi sono sentito scuotere tutto. Mi parve che tu fossi una divinità scesa dal cielo e t’adorai.

      – Taci! taci! – ripeté con voce rotta la fanciulla, nascondendosi il volto fra le mani.

      – Non posso tacere, vago fiore della jungla! – esclamò Tremal-Naik con maggior passione. – Quando tu scomparisti, mi parve che qualche cosa si staccasse dal mio cuore. Ero come ubriaco, dinanzi agli occhi mi danzava la tua visione, nelle vene scorrevami più rapido il sangue e lingue di fuoco mi salivano in volto e più su fino al cervello. Si avrebbe detto che tu mi avevi stregato!

      – Tremal-Naik! – mormorò con ansia la fanciulla.

      – Quella notte non dormii, – proseguì il cacciatore di serpenti. – Avevo la febbre indosso e una smania furiosa di rivederti. Perché? Io l’ignorava, né sapeva capacitarmi come ciò accadesse. Era la prima volta in vita mia che provavo una tale emozione. Passarono quindici giorni. Tutte le sere, al calar del sole, io ti rivedeva dietro al mussenda ed io mi sentivo felice dinanzi a te; mi pareva di esser trasportato in un altro mondo mi pareva di essere diventato un altro uomo. Tu non mi parlavi, ma mi guardavi e per me era anche troppo; quei tuoi sguardi erano eloquenti e mi dicevano che tu…

      S’arrestò ansante, guardando la fanciulla che teneva il volto nascosto fra le mani.

      – Ah! – esclamò egli con dolore. – Tu adunque non vuoi che parli.

      La fanciulla si scosse e lo fissò, con occhi umidi.

      – Perché parlare, – balbettò ella, – quando tra noi v’è un abisso? Perché sei venuto qui, sciagurato, a ridestare nel mio cuore una speranza vana? Non sai tu adunque, che questo luogo è maledetto, interdetto soprattutto a colui che io amo?

      – Che io amo! – esclamò Tremal-Naik, con gioia. Ripeti, ripeti questa parola, vago fiore della jungla! È vero adunque che tu mi ami? È vero dunque che tu venivi ogni sera dietro il mussenda perché mi amavi?

      – Non farmi morire, Tremal-Naik, – esclamò la fanciulla con angoscia.

      – Morire! Perché? Qual pericolo ti minaccia? Non sono qui io a difenderti? Che importa se questo luogo è maledetto? Che importa se fra noi due v’è un abisso? Io sono forte, tanto forte che per te scrollerei questo tempio e infrangerei quell’orribile mostro, dinanzi al quale tu versi dei profumi.

      – Come, tu sai questo? Chi te lo disse?

      – T’ho veduta questa notte.

      – Questa notte eri qui dunque?

      – Sì, ero qui, anzi lassù aggrappato a quella lampada, proprio sopra al tuo capo.

      – Ma chi ti condusse in questo tempio?

      – La sorte, o meglio il laccio degli uomini che abitano questa terra maledetta.

      – T’hanno dunque veduto?

      – M’hanno dato la caccia.

      – Ah! disgraziato, sei perduto! – esclamò la fanciulla con disperazione.

      Tremal-Naik si slanciò verso di lei.

      – Ma dimmi, qual mistero è questo? – chiese egli con furore, a gran pena frenato. – Perché tanto terrore? Che cosa vuol dire quella mostruosa figura che ha bisogno di profumi? Cos’è quel pesce dorato che nuota in quel bacino? Cosa significa quel serpente dalla testa di donna che tu hai impresso sulla corazza? Chi sono questi uomini che strangolano i loro simili e che vivono sotto terra? Io lo voglio sapere, o Ada, io lo voglio!

      – Non interrogarmi, Tremal-Naik.

      – Perché?

      – Ah! se tu sapessi qual terribile destino pesa su me!

      – Ma io son forte.

      – Che vale la forza contro questi uomini?

      – Farò a loro una guerra spietata.

      – T’infrangeranno come un giovane bambù. Non sfidano essi la possanza dell’Inghilterra? Sono forti, Tremal-Naik, e tremendi! Nulla resiste a loro: né le flotte, né gli eserciti. Tutto cade dinanzi al velenoso loro soffio.

      – Ma chi sono adunque essi?

      – Non posso dirlo.

      – E se io te lo comandassi?

      – Rifiuterei.

      – Dunque tu… diffidi di me! – esclamò Tremal-Naik con rabbia.

      – Tremal-Naik! Tremal-Naik! – mormorò l’infelice giovanetta, con accento straziante.

      Il cacciatore di serpenti si torse le braccia.

      – Tremal-Naik, – proseguì la fanciulla, – una condanna pesa su di me, una condanna terribile, spaventevole, che non cesserà che colla mia morte. Io t’ho amato, prode figlio della jungla, t’amo sempre, ma…

      – Ah! tu mi ami! – esclamò il cacciatore di serpenti.

      – Sì, ti amo, Tremal-Naik.

      – Giuralo su quel mostro che ci sta dappresso.

      – Lo giuro! – disse la giovanetta, tendendo la mano verso la statua di bronzo.

      – Giura che tu sarai mia sposa!…

      Uno spasimo scompose i lineamenti della giovanetta.

      – Tremal-Naik, – mormorò ella con voce cupa, – sarò tua sposa, se pure sarà possibile!

      – Ah! ho forse un rivale.

      – No, né vi sarà alcuno tanto audace da fissare il suo sguardo su di me. Appartengo alla morte.

      Tremal-Naik aveva fatto due passi indietro colle mani strette al capo.

      – Alla morte!… – esclamò.

      – Sì, Tremal-Naik, appartengo alla morte. Il giorno in cui un uomo poserà le sue mani su di me, il laccio dei vendicatori troncherà la mia vita.

      – Ma sogno io forse?

      – No, sei sveglio e colei che ti parla è la donna che ti ama.

      – Ah! tremendo mistero!

      – Sì, tremendo mistero, Tremal-Naik. Tra noi v’è un abisso che nessuno sarà capace di colmare… Fatalità! Ma cosa ho fatto io per essere così disgraziata? Qual delitto ho commesso io, per essere maledetta?

      Uno scoppio di pianto soffocò la sua voce ed il suo volto s’irrigò di lagrime. Tremal-Naik emise un sordo ruggito e strinse le pugna con tale forza da far crocchiare le ossa.

      – Che posso fare per te? – chiese egli, commosso fino al fondo dell’anima. – Queste tue lagrime mi fanno male, vago fiore della jungla. Dimmi che devo fare, comanda ed io ti ubbidirò più d’uno schiavo. Vuoi che io