Emilio Salgari

Jolanda, la figlia del Corsaro Nero


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vendicarlo».

      «Ma chi era dunque suo padre?»

      «Il duca di Wan Guld».

      Un grido di stupore era sfuggito dalle labbra di Carmaux e di Wan Stiller. Entrambi erano balzati in piedi, in preda ad una vivissima agitazione.

      «Il duca ha lasciato un figlio!» avevano esclamato.

      «Sì, un figlio avuto da una marchesa messicana ed a cui fu imposto il nome di conte di Medina e Torres; non potendo assumere quello del padre».

      «Ed è lui il governatore di Maracaybo?» chiese Carmaux.

      «Sì, fu lui a far prigioniera Jolanda di Ventimiglia, la figlia del Corsaro Nero». disse il piantatore «Dai suoi agenti, che aveva mandati in Italia per spiare il Corsaro e, possibilmente, anche per ucciderlo, ciò che sarebbe certo a quest’ora avvenuto, egli seppe che la giovane si era imbarcata su una nave olandese in rotta per l’America, onde entrare in possesso dei beni immensi lasciati dal duca».

      «Mandò due navi poderose furono mandate a sorvegliare i passi delle Antille, coll’incarico di catturare il veliero olandese, temendo il conte di Medina che la figlia del Corsaro si recasse prima alla Tortue a chiedere l’appoggio dei filibustieri, per riavere i beni che il governo spagnolo, dietro istigazione del governatore di Maracaybo, aveva sequestrati».

      «E perché li aveva sequestrati?»

      «Per vendicarsi del male che aveva fatto il Corsaro Nero alle colonie spagnole» disse don Raffaele.

      «E chi amministra quei beni?» chiese Carmaux.

      «Il bastardo del duca, il quale finirà poi per trattenerseli; e quei possessi, se non lo sapete, valgono una decina di milioni».

      «E non li ha mai reclamati la duchessa di Wan Guld, la moglie del Corsaro?»

      «Certo, ma senza risultato».

      «Per cento milioni di aringhe salate!» esclamò Carmaux. «Ora comprendo, un po’ meglio di prima, perché quel briccone di governatore ci teneva a fermare la figlia del Corsaro ed averla nelle sue mani. Mio caro don Raffaele, ecco una bella occasione per salvare la vostra pelle e anche le vostre sostanze. M’impegno io di farvele rispettare dai miei camerati, ma bisogna che voi ci fate trovare la fanciulla. «Se il governatore non l’ha condotta con sé…»

      «Di questo son certo» disse il piantatore.

      «Allora deve essere ancora qui. Dove? A voi il dircelo».

      Don Raffaele era rimasto silenzioso, colla fronte stretta fra le mani, come se pensasse profondamente. Ad un tratto si alzò dicendo:

      «Sì, non può essere stata affidata che al capitano Valera».

      «Chi è costui?» chiese Carmaux.

      «Un intimo amico del conte di Medina e un po’ anche la sua anima dannata».

      «Dove abita?»

      «Nel convento dei Carmelitani».

      «Non sarà fuggito?»

      «Si sarà invece nascosto nei sotterranei che sono immensi e che si dice comunichino colla laguna».

      «Che uomo è?»

      «Un valoroso, capace di difendere a lungo la preda affidatagli».

      «Non perdiamo tempo» disse Carmaux. «Se i sotterranei comunicano col lago, quel furfante potrebbe questa sera prendere il largo colla fanciulla».

      «Avvertiamo il capitano» disse Wan Stiller.

      «E prendete con voi degli altri uomini» disse don Raffaele.

      «Siamo già in troppi noi due» rispose Carmaux. «Sappiamo maneggiare la spada come veri gentiluomini, è vero Wan Stiller?»

      «Siamo allievi del Corsaro Nero, la prima e la più famosa lama della Tortue» rispose l’amburghese.

      «Su in cammino» disse Carmaux.

      Vuotarono l’ultima bottiglia e uscirono.

      Due filibustieri carichi di vasi di argento e di arredi sacri, che avevano probabilmente rubati in qualche chiesa vicina, passavano in quel momento dinanzi alla taverna.

      «Ohe, camerati» gridò loro Carmaux. «Avvertite senza ritardo il capitano Morgan che siamo sulle tracce della figlia del Corsaro Nero e che non s’inquieti se tarderemo a tornare».

      «Buona fortuna, Carmaux» risposero i due corsari, allontanandosi velocemente.

      «Guidateci don Raffaele e non dimenticatevi che la vostra vita sta nelle mani della signora di Ventimiglia».

      «Lo so» rispose il piantatore, con un sospiro che veniva proprio dal cuore, «e farò il possibile per salvarla».

      Si diresse verso una viuzza che doveva essere qualche scorciatoia, aperta fra una piantagione d’indaco e di canne da zucchero, facendo segno ai due filibustieri di seguirlo.

      Dopo aver percorsi parecchi viottoli che separavano le ultime case della città dalle piantagioni e dalla laguna, don Raffaele si arrestò dinanzi ad un vecchio palazzo annerito dal tempo e che era sormontato da due torrette munite di campane.

      «Il convento dei Carmelitani» disse.

      «Sembra che sia stato lasciato dai suoi abitanti» disse Carmaux, che aveva osservato che la porta era aperta.

      «Tutti sono fuggiti. Voi sapete che i corsari inglesi non risparmiano i nostri frati».

      «È vero» rispose Wan Stiller.

      «Entriamo?» chiese il piantatore.

      «Perbacco!» esclamò Carmaux. «Voglio vedere quel bravo capitano, se ci sarà ancora».

      «Sono certo che non è fuggito».

      Spinsero la porta ferrata che era socchiusa e si trovarono in una sala vastissima, in una specie di chiesa con alcuni altari e molte torce.

      Quantunque i filibustieri di Morgan non fossero giunti fino là, vi regnava un gran disordine. Banchi e sedie erano stati gettati sossopra; gli altari erano stati frettolosamente spogliati di quanto avevano di più prezioso ed in terra si vedevano quadri d’immagini sacre e crocifissi.

      «È vasto questo monastero?» chiese Carmaux.

      «Assai» rispose don Raffaele. «Ritengo però inutile frugare le sale e le celle. Se il capitano si trova ancora qui, si sarà nascosto nei sotterranei».

      «Dove si trovano?»

      Don Raffaele indicò un angolo della chiesa:

      «Sotto quella pietra».

      «Che abbia dei compagni il vostro capitano?»

      «Lo ignoro».

      «Ah! diavolo!» esclamò Carmaux. «Forse siamo stati imprudenti a non prendere con noi un rinforzo! Che cosa ne dici, amburghese?»

      «Dico che siamo solidi e ben armati» rispose Wan Stiller, «e che non è questo il momento di rimandare l’impresa».

      «Tu parli come un libro stampato, compare. Giacché abbiamo cominciato, checché debba succedere, dobbiamo condurlo a termine».

      Raccolse da terra un grosso cero, subito imitato dall’amburghese, l’accese e si diresse verso l’angolo indicato dal piantatore.

      «Spero, don Raffaele» disse, «che non ci attirerete in qualche agguato. Io andrò innanzi, ma il mio compagno vi terrà dietro colla spada in mano e vi avverto che quando vibra un colpo inchioda un uomo come uno scarafaggio».

      Il piantatore fece un cenno affermativo col capo e si asciugò il sudore che gli bagnava la fronte.

      Entro una specie di nicchia si vedeva una pietra circolare, fornita d’un anello di ferro, che pareva l’ingresso di una tomba. Ed infatti si vedevano delle lettere incise sulla lastra e anche uno stemma, che rappresentava due leoni rampanti su una fascia diagonale.

      «Qui» disse il piantatore con voce soffocata.

      Carmaux