Emilio Salgari

Jolanda, la figlia del Corsaro Nero


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di noi?»

      Don Raffaele si era fermato, poi aveva fatto un passo indietro, guardando con spavento quei due avventurieri e maledicendo in cuor suo i galli, le bottiglie e la sua imprudenza.

      «Voi non mi avete ancora data alcuna prova di essere veramente quelli che mi avete detto».

      «Ve le daremo le prove quanto prima, quando sarete a bordo del nostro legno. Venite con noi, non abbiate timore».

      «Sia, purché passiamo sull’altro viale».

      «Vi sono i doganieri colà e non desideriamo di essere veduti da nessuno. Venite o…» disse Carmaux con accento minaccioso, mettendo la destra sull’impugnatura dello spadone.

      Il povero piantatore impallidì orribilmente, poi, tutto d’un tratto si slanciò, con un’agilità che non si sarebbe mai supposta in quel corpo così grosso e rotondo, fra le aiuole che dividevano i due viali, gridando con quanta voce aveva in gola:

      «Aiuto doganieri! M’assassinano!»

      «Carmaux aveva mandato una rauca imprecazione.

      «Birbante! Ci fa prendere! Addosso amburghese!»

      In due salti furono alle spalle del fuggiasco. Bastò un pugno di Wan Stiller per farlo cadere mezzo intontito.

      «Presto il bavaglio!»

      Carmaux si slacciò d’un colpo la fascia di lana rossa che gli stringeva i fianchi, e ravvolse intorno al viso del piantatore, non lasciandogli scoperto che il naso onde non morisse asfissiato.

      «Prendilo per le braccia, amburghese, e lesti alla scialuppa. Per satanasso! I doganieri!»

      «Buttiamolo in mezzo alle aiuole, Carmaux» disse l’amburghese.

      Afferrarono il disgraziato piantatore e lo lasciarono cadere in mezzo ad un cespuglio di macupi le cui larghe foglie erano più che sufficienti per nasconderlo.

      Si erano appena allontanati di pochi passi, quando una voce imperiosa gridò:

      «Alt o facciamo fuoco».

      Due uomini, due doganieri, erano balzati sul viale, dirigendosi velocemente verso i due avventurieri..

      Uno era armato d’un archibugio, l’altro invece teneva in pugno un’alabarda.

      «Siamo persone oneste» rispose Carmaux. «Dove andiamo? A prendere una boccata d’aria. Questo maledetto lago è così pieno di zanzare che non si può dormire».

      «Chi ha gridato: Aiuto doganieri?»

      «Un uomo che fuggiva, inseguito da un altro».

      «Da quale parte?»

      «Da quella».

      «Voi mentite; veniamo appunto di là e non abbiamo veduto nessuno a fuggire».

      «Mi sarò ingannato» rispose Carmaux, placidamente.

      «M’avete un’aria sospetta, miei signori. Seguiteci al posto e consegnate, innanzi tutto, le vostre spade».

      «Signor doganiere» disse Carmaux, con accento d’uomo offeso. «Non si arrestano due tranquilli cittadini che possono essere dei gentiluomini. Noi contrabbandieri! Per la morte di Belzebù volete scherzare?»

      «Al posto di dogana e fuori le spade» ripeté il doganiere, alzando l’archibugio. «Si vedrà poi chi siete. Presto o faccio fuoco: è l’ordine».

      «Folgore» disse Carmaux volgendosi verso l’amburghese e levando la spada come se si preparasse a consegnarla.

      Appena l’ebbe in pugno, con una mossa fulminea si gettò da un lato, per non ricevere la scarica in pieno petto e vibrò al doganiere una puntata così terribile in mezzo al ventre, da passarlo da parte a parte.

      Quasi nello stesso momento Wan Stiller, il quale certo si era messo in guardia per la parola pronunciata dal compagno che doveva avere un significato, si precipitava sul secondo doganiere, che era ben lungi dall’attendersi quell’improvviso attacco.

      Con un rovescione spezzò netto il manico dell’alabarda, poi colla guardia della spada lo percosse tremendamente sul cranio, facendolo stramazzare al suolo mezzo accoppato.

      I due spagnoli erano caduti l’uno sull’altro, senza aver avuto il tempo di mandare un grido.

      «Bel colpo, Carmaux» disse l’amburghese.

      «E di corsa. La fortuna non protegge due volte di seguito».

      Volsero uno sguardo all’intorno e non vedendo nessuno, balzarono fra le aiuole e presero il piantatore per le gambe e le braccia, correndo poi verso la riva.

      Don Raffaele, mezzo soffocato e anche mezzo morto di spavento, non aveva opposta alcuna resistenza, anzi non aveva nemmeno approfittato dell’intervento dei due doganieri per cercare di fuggire.

      Presso la riva si trovava una di quelle scialuppe strettissime, chiamate baleniere, fornita d’un piccolo albero con un’antenna e di timone.

      Carmaux e Wan Stiller vi salirono, deposero il piantatore fra i due banchi di mezzo, gli legarono le gambe e le braccia, lo copersero con un pezzo di vela, poi presero i remi e sciolsero l’ormeggio.

      «È mezzanotte» disse Carmaux, dando uno sguardo alle stelle, «e la via è lunga. Non vi giungeremo prima di domani sera».

      «Teniamoci sotto la riva: vi è la caravella che veglia al largo».

      «Passeremo egualmente» rispose Carmaux. «Non inquietarti».

      «Alziamo la vela?»

      «Più tardi. Avanti e non fare troppo rumore».

      La baleniera partì velocissima e silenziosa, rasentando la gettata, per tenersi all’ombra che proiettavano i filari delle altissime palme che si prolungavano per un buon tratto.

      Nel porto tutto era silenzio. Le navi, ancorate qua e là, colle antenne e le vele calate sul ponte, erano deserte.

      Gli spagnoli si credevano troppo sicuri in Maracaybo, per prendersi la briga di tenere uomini di guardia. Dopo l’ultima scorreria dei filibustieri della Tortue, guidati dall’Olonese, dal Corsaro Nero e dal Basco, avvenuta molti anni prima, avevano innalzati forti, che si credevano inespugnabili ed un gran numero di formidabili batterie, che collegavano i loro tiri fra la costa e le isolette davanti alla città.

      I due avventurieri s’avanzavano con prudenza, non essendo permesso di notte di entrare nel porto e nemmeno di uscirne. Sapevano che al di là delle isolette una grossa caravella incrociava per impedire entrate sospette o fughe.

      Quando la scialuppa raggiunse l’estremità della gettata, Carmaux e Wan Stiller deposero i remi ed issarono una piccola vela latina che era tinta in nero, affinché non la si potesse scorgere fra le tenebre.

      Il vento era favorevole, soffiando dal lago e poi anche al di là sulla gettata, l’ombra continuava essendo la costa coperta da paletuvieri foltissimi e da palme mauritie assai alte.

      «Sempre sotto?» chiese Wan Stiller, che si era collocato a poppa, alla barra del timone mentre Carmaux teneva la scotta.

      «Sì, per ora».

      «Vedi la caravella?»

      «Sto cercandola».

      «Che navighi coi fanali spenti?»

      «Senza dubbio».

      «Sarebbe un guaio se la trovassimo sulla nostra rotta».

      «Ah! Eccola laggiù che sta girando la punta di quell’isoletta. Governa diritto. Non ci scorgeranno».

      La baleniera, messasi al vento, cominciò a filare colla velocità di uno squalo, radendo sempre la spiaggia.

      In quindici minuti raggiunse il promontorio che chiudeva verso settentrione il piccolo porto e che era guardato da un fortino costruito sulla cima d’una rupe, vi girò intorno senza che le sentinelle l’avessero scorta e si diresse verso il nord per attraversare lo stretto formato fra la penisoletta di Sinamaica da un lato e le isole di Tablazo e di Zapara dall’altro, onde raggiungere il golfo di Maracaybo.

      Ormai