Emilio Salgari

Le stragi delle Filipine


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Than-Kiú. La valorosa fanciulla conservava una calma ammirabile, un sangue freddo da muovere ad invidia i soldati piú agguerriti. Puntava senza precipitazione la sua piccola carabina, mirava senza che le sue piccole e delicate mani tremassero e faceva fuoco soltanto quando era certa del colpo. Pareva che scegliesse con cura estrema i nemici, i nemici che cercavano di abbattere il meticcio, Hang-Tu si era collocato all’estremità opposta della barricata ed al pari di Romero sfidava, sorridendo, i colpi degli avversari, senza prendersi la briga di ripararsi.

      La resistenza di quel drappello minacciava di prolungarsi molto tempo. Parecchi gendarmi ed alcuni chinesi erano caduti e giacevano, sanguinanti, fra i mobili fracassati della barricata, ma gli altri non arretravano e tenevano in iscacco le guardie.

      Il colonnello Fierro aveva tentato già due volte di superare l’ostacolo e di sloggiare i difensori a colpi di baionetta, ma al terzo tentativo era caduto in mezzo alla via con due palle nel petto ed era spirato sul posto.

      Ad un tratto alcuni insorti che si erano spinti verso l’angolo opposto della via, per cercare dei soccorsi, tornarono precipitosamente verso la barricata, gridando:

      – I cacciatori!… Si salvi chi può!…

      Hang-Tu, udendo quelle grida, si era precipitato giú dalla barricata mandando un urlo di fiera ferita. In due salti raggiunse Than-Kiú, la sollevò fra le robuste braccia come fosse una bambina e la posò su uno dei quattro cavalli che un malese teneva per le briglie.

      – Va’, fuggi, – le disse.

      – Mai, – rispose la fanciulla.

      – Fra pochi minuti nessuno di noi sarà vivo

      – E morrò anch’io

      – Non lo voglio, Than-Kiú!

      – Allora fuggiamo tutti. Il sobborgo del Tondo non è ancora stato occupato.

      Hang-Tu esitava. Abbandonare quella barricata cosí ostinatamente difesa e già bagnata del sangue di tanti compagni gli sembrava una vigliaccheria, ma non voleva che la fanciulla morisse.

      In quel momento, all’estremità opposta della via, si udirono le trombe dei cacciatori che suonavano la carica. Un ritardo di pochi istanti poteva diventare fatale ai difensori.

      – In ritirata!… – tuonò Hang-Tu.

      I ribelli, udendo la voce del capo si ripiegarono confusamente, mentre le guardie civiche irrompevano nella via mandando urla di vittoria.

      Romero scaricò un’ultima volta il fucile in mezzo agli assalitori che si avanzavano come una fiumana, poi balzò sul suo cavallo, mentre Hang-Tu faceva altrettanto, prendendone uno che gli era stato condotto dinanzi dai due malesi.

      I ribelli, che erano rimasti in cinquanta, si slanciarono dietro ai loro capi, i quali fuggivano attraverso le vie del sobborgo di Tondo, facendo alcune scariche contro i cacciatori che s’avanzavano a passo di corsa.

      – Dove andiamo? – chiese Romero ad Hang-Tu.

      – Se non incontriamo ostacoli, cercheremo di giungere nei quartieri chinesi e malesi per sollevarli.

      – Temo che sia troppo tardi, Hang. Odo delle detonazioni echeggiare in quella direzione e mi pare che si estendano.

      – Se non potremo giungere colà, ci getteremo nella campagna.

      La ritirata dei ribelli si eseguiva in fretta e con disordine. I carabinieri tagalos seguivano di corsa i cavalli, pur fuggendo, di quando in quando, rispondevano al fuoco di quei disgraziati. La paura cominciava ad invadere anche i piú risoluti.

      Erano cosí giunti presso la chiesa del Tondo, vasto edificio dalle solide pareti, quando all’estremità del sobborgo si videro apparire alcuni soldati. Era uno dei drappelli che il colonnello Zimènes aveva lanciati nei sobborghi, onde tenere in freno le popolazioni di colore che potevano unirsi agli insorti.

      Ancora una volta i fuggiaschi stavano per venire presi fra due fuochi.

      – Hang-Tu, – disse Romero, arrestando il cavallo. – Prepariamoci a morire.

      – Io sí, ma tu no, – rispose il chinese, la cui fronte si era abbuiata. – Ti affido Than-Kiú: salvala, mentre io proteggo la tua fuga.

      – La salverai tu, ma non io.

      – Non accetterebbe.

      – Allora morremo tutti.

      – O cercheremo di salvarla entrambi. Ormai la partita è perduta. Poi rizzandosi sulle staffe tuonò:

      – Amici, ogni resistenza è inutile: salvatevi!… Ci ritroveremo a Salitran!…

      Cacciò gli sproni nel ventre del cavallo e caricò disperatamente il drappello spagnuolo colla rivoltella nella sinistra e una pesante sciabola giapponese nella destra, una di quelle armi dalla lama larga e pesante, somiglianti a giganteschi rasoi e che chiamansi catane.

      Romero, Than-Kiú ed uno dei due malesi l’avevano seguito.

      I carabinieri tagalos ed i pochi malesi e chinesi sfuggiti alla morte, si erano subito sbandati gettandosi nelle vie laterali; ma il gruppo maggiore, meno fortunato, aveva urtato contro una colonna di cacciatori ed aveva dovuto retrocedere precipitosamente, riparando nella chiesa del Tondo.

      Nessuno di quei disgraziati doveva salvarsi, poiché assaliti da tutte le parti, dopo una breve ma disperata resistenza, doverono arrendersi in numero di trenta per venire piú tardi fucilati o esiliati alle Caroline.

      Intanto Hang-Tu ed i suoi compagni, sfuggiti miracolosamente incolumi alla prima scarica del drappello, erano riusciti ad aprirsi un varco attraverso ai soldati e prendere il largo.

      Avendo però appreso da alcuni abitanti del sobborgo che ogni uscita era sbarrata dalle truppe, dopo un breve consiglio si erano diretti verso Binondo, passando fra le strette viuzze del quartiere malese, colla speranza di trovare rifugio nella sede delle società segrete o nella casa di uno dei loro numerosi amici.

      Avevano gettato via i fucili che potevano tradirli ed avevano nascoste le rivoltelle sotto le casacche, sperando d’ingannare la sorveglianza degli spagnuoli, fingendosi tranquilli borghesi che ritornavano da una cavalcata.

      Le fucilate però che rombavano qua e là ancora, li inquietavano. Le truppe del colonnello Zimènes inseguivano senza misericordia gli ultimi superstiti dell’insurrezione e potevano arrestarli come sospetti d’aver preso parte al colpo di mano.

      Ora nessuno di essi ignorava, che se venivano riconosciuti, sarebbero stati inesorabilmente condannati alla morte.

      – Temo che sia troppo tardi per poter uscire da Binondo, – disse Hang, gettando uno sguardo d’angoscia su Than-Kiú.

      Romero si era arrestato, porgendo attento orecchio agli spari che echeggiavano sempre piú vicini. Ad un tratto spronò il cavallo, dicendo:

      – So dove trovare un rifugio.

      – Da chi? – chiese Hang-Tu.

      – Nella villa di Teresita. non distiamo che tre o quattrocento passi.

      – Taci!…

      – Perché, Hang? – chiese Romero, stupito.

      – Than-Kiú non ci seguirebbe.

      – Lei?… Ed il motivo?…

      – Lo ignoro. Sarà disabitata la villa?

      – Lo spero.

      – Meglio cosí: affrettiamoci.

      Gli spari si avvicinavano e qualche insorto era già comparso in fondo alla via, fuggendo a precipizio. I quattro cavalieri lanciarono i destrieri al galoppo, arrestandosi poco dopo dinanzi ad una elegante costruzione, la quale sorgeva all’estremità d’un piazzale cinto da ortaglie.

      Capitolo VIII. LE DUE RIVALI

      La villa che il maggiore d’Alcazar, al pari dei piú ricchi spagnuoli della colonia si era fatto costruire nel sobborgo di Binondo, non era uno di quei massicci edifizi che somigliano a fortezze e che si vedono nella Ciudad.

      Era