Emilio Salgari

I minatori dell' Alaska


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nulla. Mangerà alla mia tavola, fumerà quanto tabacco vorrà, berrà quel po’ di whisky che ancora possiedo e niente altro. Mi hai capito?… Ospite mio o una palla nel cuore.

      – E quando potrò ritornare presso la mia tribù?

      – Molto presto, se Nube Rossa sarà ragionevole.

      – Potrò portare con me le mie armi?…

      – Mio fratello le lasci dove si trovano; le riprenderà quando non sarà più mio ospite. Il whisky può giocargli qualche brutto tiro e in un momento di malumore potrebbe indurlo a strapparmi la capigliatura, mentre io tengo ai miei capelli considerato che, nella prateria, le parrucche non spuntano sulle cime dei buffalo-grass. Suvvia, abbiamo chiacchierato abbastanza, per ora. Mio fratello l’uomo rosso venga a pranzare con noi. Dopo tutto, un bel pezzo di sanguinaccio di bisonte vale molto più di una palla nello stomaco.

      L’indiano lo guardò in silenzio per alcuni istanti con due occhi animati da una cupa fiamma che tradiva l’intenso desiderio di sbarazzarsi del fratello bianco, poi fece col capo un cenno affermativo, dicendo brevemente:

      – Sia.

      – Ecco che Coda Screziata diventa ragionevole – disse Bennie, ridendo. – Lascia i cespugli e cammina davanti ai nostri cavalli: noi faremo da scorta d’onore.

      Il Corvo, quantunque a malincuore, obbedì senza più osare di abbassarsi per raccogliere le armi, che aveva lasciate cadere fra i cespugli. Bennie lo seguì senza disarmare il fucile, salì sul suo mustano e il piccolo drappello lasciò il bosco, inoltrandosi nella prateria, in mezzo alla quale giganteggiava il carro monumentale, circondato dai buoi e dai cavalli, che pascolavano.

      L’indiano marciava col passo allungato abituale ai pellirosse, i quali, se sono i più abili cavalieri, sono anche i camminatori più instancabili del continente americano, essendo capaci di attraversare distanze di cento chilometri in una sola notte. Coda Screziata non dava segno d’inquietudine, nè di paura, però i suoi occhi scrutavano con particolare attenzione le erbe, e, fingendo di volgere distrattamente il capo, non perdeva di vista una sola mossa dei due cavalieri, pronto ad approfittare della più piccola distrazione per prendere il largo. Bennie, però, non era uomo da lasciargli scampo. Se l’indiano lo spiava anche lui non staccava gli occhi dal prigioniero e non abbandonava il fucile; per di più Back, da vero messicano, aveva sciolta una lunga corda di pelle intrecciata, terminante in un anello di ferro, il lazo adoperato per prendere i cavalli selvaggi e i buoi, che poteva servire benissimo anche contro il Corvo, se questi avesse avuto l’intenzione di fuggire Quando giunsero presso il carro udirono lo scotennato domandare con voce ancora fioca:

      – Siete voi, amici?…

      Coda Screziata si era bruscamente arrestato, guardando i due cow-boys.

      – Chi avete in compagnia?… – chiese.

      – Una tua conoscenza, – rispose Bennie, sorridendo.

      – Un viso pallido?…

      – Sì.

      – Che io conosco?…

      – Lo credo.

      Bennie era disceso dal cavallo, dopo aver fatto cenno a Back di vegliare sull’indiano, ed era salito sul carro. Lo scotennato, vedendolo, si era alzato, sforzandosi di sorridergli. Cercò aprire le labbra per parlare, ma il cow-boy lo prevenne dicendogli:

      – Vi comprendo. Non abbiate timore; il ragazzo sarà presto salvato.

      – L’avete visto?…

      – No, però prima che il sole tramonti avrò visto Nube Rossa.

      – E ve lo cederà?

      – Lo spero, se gli premerà salvare la pelle di Coda Screziata. Abbiamo fatto una buona presa che vale il ragazzo

      – Ah!

      – Lasciate fare a me, amico. Noi lo salveremo, ve lo prometto.

      – Temo che lo uccidano prima che voi vi rechiate da Nube Rossa.

      – Se si fosse trattato di un uomo, non avrei dato a quest’ora una pipata di tabacco per la sua pelle; ma si tratta fortunatamente di un ragazzo, e gli indiani hanno la buona abitudine di adottarli, anziché di ucciderli. Riposate tranquillo, e se avete bisogno di qualche cosa chiamatemi.

      – Grazie, – rispose lo scotennato, adagiandosi di nuovo.

      – Soffrite ancora molto?

      – Oh… sì, molto.

      – Vi credo, ma guarirete, non dubitate.

      Il cow-boy gli mise a fianco una fiasca d’acqua, mescolata con un po’ di whisky, gli fece cenno di non muoversi e ridiscese dal carro.

      IV – ATTRAVERSO LA PRATERIA

      Quando Bennie ebbe raggiunti i cavalli, trovò Coda Screziata seduto a terra, con le gambe ripiegate in modo da far gravare tutto il peso del corpo sui talloni, mentre Back stava accendendo il fuoco dentro una piccola buca scavata in un pezzo di terreno già accuratamente privato delle erbe, per evitare uno di quegli spaventosi incendi, così frequenti in quelle immense praterie, che sono causa di veri disastri, distruggendo non solo enormi quantità di selvaggina, ma anche buoi e cavalli, e talvolta intere tribù di indiani, o convogli di emigranti. Bennie, visto che l’indiano era tranquillo, come se si fosse rassegnato alla sua sorte, s’affrettò ad aiutare il compagno a preparare la colazione, tanto più che l’aria mattutina gli aveva stuzzicato l’appetito. Allestì rapidamente le così dette flat-jacks, specie di focacce che s’impastano al momento e si cucinano dentro una buca scavata nel suolo, fece friggere alcuni pezzi di prosciutto salato e pose sui carboni alcuni sanguinacci di prateria, specie di salami formati con intestini grassi di bue, o di bisonte e riempiti di carne tritata e di sangue.

      Quando tutto fu pronto, i due cow-boys si sedettero di fronte all’indiano, invitandolo a mangiare le tiepide focacce esalanti quel profumo delizioso particolare del pane caldo, il prosciutto e gli appetitosi sanguinacci accuratamente rosolati. Coda Screziata non si fece pregare. Mai forse in vita sua aveva nuotato in tanta abbondanza, essendo oggi, i poveri guerrieri della prateria, quasi sempre in lotta con la fame, a causa della scarsità di selvaggina, e soprattutto a causa della quasi totale sparizione delle immense mandrie di bisonti. Quantunque si crucciasse di trovarsi prigioniero, fece molto onore al pasto e baciò più volte, con molta espansione, una bottiglia di whisky che Bennie aveva preso nel carro. Il vecchio scorridore, che era diventato di una amabilità straordinaria, si era guardato bene dal moderare l’entusiasmo dell’indiano per quella bottiglia, anzi avendone portate con sè un paio di dozzine, per distrarsi durante le noiose guardie notturne, era andato a prenderne una seconda. Non contento, aveva avuto perfino la cortesia di offrire al guerriero rosso una pipa e del tabacco, non perché sperasse con ciò di ubriacarlo, essendo gli indiani abituati a fumare un tabacco fortissimo che usano spruzzare con acquavite, ma per eccitarlo a bere di più. Coda Screziata ne approfittò. Fumava come un turco e beveva come un vero selvaggio, ingoiando delle sorsate da far stupire un lupo di mare. La prima bottiglia era già stata vuotata e stava per scolare animosamente la seconda. Quel whisky, davvero eccellente, aveva sciolto la sua lingua, e da taciturno era diventato di una loquacità prodigiosa, narrando le sue gesta, i combattimenti ai quali aveva assistito, le tremende lotte impegnate coi Piedi Neri, i nemici secolari dei Corvi e delle Tribù delle Teste Piatte, e le torture atroci fatte subire ai prigionieri di guerra. Udendolo parlare dell›attacco notturno contro il drappello degli emigranti, Bennie lo aveva bruscamente interrotto, chiedendogli a bruciapelo:

      – Sono stati uccisi tutti quei poveri diavoli?…

      – Tutti meno uno, – aveva risposto l’indiano.

      – E perché ne avete risparmiato uno?…

      – Perché era un ragazzo incapace di difendersi.

      – Lo avete forse serbato per il palo del supplizio?…

      – No, era troppo giovane per sopportare dignitosamente le torture del palo.

      – Allora ne avrete