Emilio Salgari

I minatori dell' Alaska


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libero. A tratti volgeva il capo verso il cavaliere, come per vedere se era soddisfatto di quel rapido galoppo, o per reclamare qualche carezza che non si faceva attendere, poi riprendeva nuovo slancio, facendo udire un breve nitrito. La prateria non accennava a cambiare. Il terreno saliva e scendeva, sempre dolcemente, a larghe ondulazioni, coperto da erba alta e copiosa. Bennie guardava ogni cosa attentamente, pur continuando a masticare beatamente il suo tabacco. Da esperto cavaliere non abbandonava un solo istante le briglie, temendo sempre qualche sorpresa e di tratto in tratto si rizzava sulle staffe per abbracciare un maggiore orizzonte. La prateria pareva tranquilla, ma il cow-boy non si fidava di quella calma. Conosceva troppo bene l’astuzia degli indiani per abbandonarsi a una completa sicurezza. Galoppava da un’ora, mantenendo una linea rigorosamente diritta verso il nord-ovest, quando scorse, agli estremi limiti della prateria, una linea grigio-verdastra che pareva tagliasse buona parte dell’orizzonte.

      – Benissimo – mormorò. – Fra venti minuti toccherò le sponde occidentali del lago.

      Guardò il sole per orizzontarsi, senza essere costretto a levare la bussola che teneva in un taschino della sua camicia di flanella, poi lanciò il mustano verso quella linea oscura che doveva essere formata da qualche bosco, dicendo:

      – Su, Caribou, allunga il trotto. La via è ancora lunga.

      Il mustano, ripreso un istante di respirò, partì di nuovo, filando sulla prateria come un lampo. Pareva fosse veramente instancabile poiché non accennava a rallentare, quantunque avesse già percorso d’un solo tratto più di quindici chilometri. Venti minuti dopo, come il cow-boy aveva previsto, il bosco era raggiunto. Si componeva di macchie di cedri, di pinocchi, che producono pigne grossissime, lunghe un buon piede, a forma di cono e che contengono gran numero di mandorle eccellenti; di gruppi di alberi del romice, carichi di fiori bianchi, colmi di una piccola provvista d’acqua, e di salici. Bennie arrestò il cavallo, tese gli orecchi ascoltando per parecchi minuti, poi rassicurato dal silenzio che regnava in quel luogo, si inoltrò nel bosco, attraversandolo di galoppo. Giunto al margine opposto si trovò di fronte a una vasta distesa d’acqua, che si allargava verso nord, scintillando sotto i raggi del sole. Quell’ampio bacino era il Piccolo lago degli Schiavi, da non confondersi col Grande lago omonimo che si trova molto più a settentrione, al di là del 160° di latitudine, nel territorio degli Indiani Denè. Quantunque sia uno dei meno vasti, è sempre considerevole, misurando oltre cento chilometri di lunghezza su venticinque o trenta di larghezza. Formato da scoli naturali, si scarica nel fiume Athabasca, a cui è unito da una specie di canale navigabile per i canotti indiani. Bennie, dopo aver guardato attentamente le rive, balzò a terra per accordare al cavallo un po’ di riposo e, per occupare il tempo, si mise a frugare le macchie facendo raccolta di lamponi e di mortelle. Non ritenendo di fare cattivi incontri, non aveva avuto la precauzione di staccare il fucile dall’arcione, contando d’altronde di non allontanarsi che di pochi passi. Si era cacciato in mezzo a un fitto gruppo di cespugli dove aveva scorto numerosi lamponi, quando tutto a un tratto udì dinanzi a sè un sordo grugnito, e vide apparire fra i rami una grossa testa nera con un muso lungo, aguzzo, armato di denti candidi e così robusti, da spaventare qualsiasi scorridore di prateria.

      – Corna di bisonte! – mormorò Bennie, che era diventato pallido.

      – Un baribal?…

      La grossa testa nera, coperta da un pelame corto, ispido e lucentissimo, non si era mossa. Soltanto i suoi occhi, neri e mobilissimi, guardavano sospettosamente il cow-boy, ma più con inquietudine che minacciosamente. Quell’improvviso incontro aveva così sorpreso lo scorridore, da non fargli pensare a una pronta ritirata.

      Uomo e animale si guardarono così per alcuni istanti, senza osare muoversi, poi il primo fece sollecitamente un passo indietro, senza però staccare gli occhi dal suo avversario. Con la destra aveva cercato il bowie-knife, quel solido coltello adoperato dagli americani, e che in certe occasioni è preferibile a una rivoltella, e, assicuratosi che l’aveva alla cintola, aveva continuato a retrocedere, sforzandosi, con la sinistra, di allontanare i rami che gli impedivano di lasciare la macchia. Appena si sentì libero, fece un rapido voltafaccia e in due salti raggiunse il mustano, afferrando rapidamente il fucile.

      – Auff!… – esclamò, respirando liberamente. – Credo di averla scampata per miracolo. Mio caro orso, se vuoi provare i tuoi artigli sulle mie carni, ti prometto di farti passare un pessimo quarto d’ora.

      Anche il mustano si era accorto della vicinanza della fiera. Aveva rialzato il capo, interrompendo bruscamente il pascolo, e aveva mandato un nitrito d’inquietudine.

      – Non temere, Caribou, – disse Bennie, accarezzandolo con una mano. – Ci sono io a difenderti. Ah!… Eccolo!… Fortunatamente non mi sembra di cattivo umore!

      V – NUBE ROSSA

      Un grosso orso nero, un baribal, come lo chiamano gli americani, lungo oltre due metri, con un pelo ispido, lucido e nerissimo, ma che però vicino al muso diventava leggermente fulvo, era comparso sull’orlo della macchia. Era un magnifico capo di selvaggina, che avrebbe potuto fornire degli squisiti prosciutti non inferiori di certo a quelli dei cinghiali, essendo ben grasso, anche se tali plantigradi, che hanno l’abitudine di passare l’intero inverno sotto la neve, rannicchiati nel cavo di un albero, o di qualche rupe, siano piuttosto magri quando si risvegliano dal loro lungo letargo. I baribal, che si chiamano anche muskawa, sono tuttora numerosi nel territorio britannico del Nord-Ovest, tenendosi per lo più nascosti nei boschi. Quell’incontro sulle rive del Piccolo lago degli Schiavi, non era dunque straordinario. Quantunque Bennie sapesse che questi orsi sono di temperamento tranquillo, non assalendo l’uomo se non quando sono feriti, si teneva in guardia. Visto che non si muoveva, e che si accontentava di guardarlo, il cow-boy, che non voleva perdere tempo, con un rapido volteggio balzò sul mustano, allentando le briglie. Il cavallo spiccò un salto e partì al galoppo, ben contento di prendere il largo, essendo i baribal anche carnivori, e molto pericolosi per il bestiame dei cow-boys. L’orso, visto il cavaliere allontanarsi, credette che avesse avuto paura e si mise a seguirlo correndo di buon trotto, malgrado le sue forme tozze e pesanti e la poca lunghezza delle sue zampe, ma dovette ben presto convincersi che quella gara contro il mustano non poteva durare a lungo e dopo un quarto di miglio s’arrestò, cacciandosi dentro una macchia. Bennie, sbarazzatosi di quell’ostinato bestione, spinse lo sguardo verso la costa occidentale del lago, sperando di scorgere qualche colonna di fumo che indicasse la presenza del capo indiano, ma non vide nulla sulla limpida linea dell’orizzonte.

      – Bah!… – mormorò. – Sono certo di trovare ugualmente Nube Rossa e i suoi guerrieri.

      Il cavallo, intanto, continuava a galoppare sulle rive del lago, facendo fuggire bande di anitre selvatiche che si tenevano nascoste fra i canneti. Anche qualche superbo cigno si alzava, battendo rumorosamente le ali per sostenere il corpo, e si allontanava facendo udire un lungo fischio, e a volte spiccava il volo qualche falco pescatore che stava appiattito fra le erbe acquatiche per dare la caccia ai lucci e alle trote, che abbondano in tutti i laghi del Canada. Le rive del vasto bacino erano però sempre disabitate, e non si scorgeva in alcuna direzione nè una tenda indiana, nè la capanna di un cacciatore, essendo quei vasti territori pochissimo abitati, se non addirittura deserti. Doveva essere mezzogiorno, quando Bennie credette di scorgere sulla riva del lago, dietro una foresta di pini e di abeti, una sottile colonna di fumo.

      – Laggiù ci sono gli indiani, – disse. – Lasciamo che Caribou respiri un po’, e con un’altra trottata andremo a trovare Nube Rossa. Non conviene stancare troppo questo cavallo che può, con le sue zampe, salvare la mia capigliatura. Lasciò che il mustano prendesse il passo e guardò attentamente il sottile pennacchio di fumo che la brezza spingeva verso il lago. Si convinse ben presto che il campo indiano doveva trovarsi dietro il bosco che tagliava la linea dell’orizzonte.

      – Sono a cinquanta chilometri dal mio campo, – disse. – Una bella distanza davvero, ma che in una sola notte possono superare, per piombarci addosso. Beh, vedremo come la intenderà Nube Rossa e poi, se sarà il caso, prenderemo subito il largo. Sulle rive orientali le erbe grasse non mancano e sarò più sicuro. Suvvia, Caribou, un’altra trottata!…

      Il mustano, riposatosi un po’, riprese la corsa con