Emilio Salgari

I pescatori di balene


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alla superficie del mare si scorse un largo tremolio, poi apparve prima l’estremità del muso indi la testa e quindi l’intero capodolio.

      Ad un cenno del tenente i marinai tuffarono i remi e la baleniera mosse velocemente contro il gigante. Già non era più che a trenta braccia e Koninson aveva afferrato e alzato il rampone, quando il cetaceo sollevò colla sua potente coda una montagna d’acqua così enorme, che la baleniera fu rovesciata violentemente su di un fianco atterrando coloro che la montavano

      – Maledizione – urlò Koninson.

      Dopo quella prima ondata il mostro ne sollevò una secondi e finalmente una terza ancora maggiore che riempì più che mezza l’imbarcazione, la quale si trovò nell’impossibilità di agire.

      Koninson e i marinai abbandonato il rampone e i remi si videro costretti a vuotare l’acqua imbarcata che minacciava di mandarli a picco, mentre il cetaceo, preso da un subitaneo accesso di collera, correva qua e là come fosse impazzito gettando sordi brontolii che somigliavano al tuono udito a grande distanza e lanciando ovunque colpi di mare. Pareva che cercasse i nemici per frantumarli a colpi di coda ma, male servito dai suoi occhietti che, sono debolissimi, non riusciva a scorgerli.

      Mastro Widdeak, che fino allora si era tenuto un po’ indietro, spinse la baleniera contro di lui. In tre minuti giunse ad una distanza di sole venti braccia.

      – Coraggio, Harwey! – gridò Koninson.

      Il giovane fiociniere, quantunque pallidissimo e in preda ad un forte tremito che paralizzava in parte le sue forze, alzò il rampone cercando un buon punto per lanciarlo.

      – Getta! – urlò il mastro.

      Il rampone ondeggiò innanzi ed indietro e partì. Forò due onde, sfiorò una terza e si piantò nel fianco destro del capodolio in una parte carnosa e ricca di tendini.

      Subito la baleniera si mise a indietreggiare rapidamente lasciando scorrere la lenza.

      Il mostro, ferito forse pericolosamente fece un balzo innanzi gettando un urlo così acuto da poter essere udito a parecchi chilometri di distanza, indi si tuffò. Ma non rimase sott’acqua che brevissimi istanti e riapparve cento braccia più innanzi gettando un secondo e più forte urlo, battendo furiosamente la coda e rovesciandosi sul fianco ferito come se cercasse di strapparsi l’arma che lo tormentava.

      Mastro Widdeak diresse l’imbarcazione verso di lui, mentre Harwey afferrava una lancia munita all’estremità di una specie di palla tagliente, aspettando il momento che alzasse la coda per lanciargliela sotto le ultime vertebre caudali.

      Il tenente spinse pure innanzi la sua baleniera, ma il cetaceo, che senza dubbio non era stato ferito molto gravemente dopo aver descritto un semicerchio, si mise a filare con estrema rapidità verso nord-nord-est.

      In breve la lenza del rampone fu tutta consumata senza che il capodolio scemasse la sua velocità. Harwey attaccò una seconda la lenza, ma anche questa in pochissimo tempo fu tutta fuori.

      – Cerchiamo di affaticarlo! – disse mastro Widdeak.

      – Lega la lenza! – gridò Koninson, che era ancora lontano, quantunque i remiganti arrancassero disperatamente.

      Harwey legò la lenza e la baleniera fu trascinata dal cetaceo che continuava a nuotare verso nord-nord-est, senza tuffarsi e senza fermarsi un solo istante.

      Ma anche questo tentativo non riuscì a scemare la corsa del mostro, anzi si accrebbe tanto che c’era da temere che le onde invadessero la baleniera.

      Mastro Widdeak fece legare la «droga» alla lenza e lasciò andare il capodolio, certo di ritrovarlo ben presto senza vita.

      – A bordo! – disse egli. – Quel brigante si di stancherà di correre e allora lo troveremo.

      La scialuppa virò di bordo e si diresse verso il «Danebrog» che avanzava a tutte vele spiegate verso la baleniera del tenente, sulla quale bestemmiava su tutti i toni e in tutte le lingue della terra il fiociniere Koninson.

      Pochi minuti dopo i dodici cacciatori salivano sul «Danebrog».

      – Mille tuoni! – esclamò Koninson, mettendo piede sulla tolda. – Non mi aspettavo quest’oggi un tiro così birbone. Brigante d’un capodolio, sfuggire così al mio rampone! Ma se lo incontro ancora gli farò passare un gran brutto quarto d’ora.

      – Non pigliartela tanto a cuore, fiociniere! – disse il tenente. – Lo raggiungeremo e ben presto, è vero, capitano?

      – Lo spero – rispose Weimar.

      – Lo spero anch’io – disse Koninson. – Ma se il mio rampone l’avesse toccato!… Quel briccone di Harwey ha sempre più fortuna di me.

      – Saresti geloso? – chiese il capitano, ridendo.

      – Io! Mai più! Ma se l’avessi ramponato io!… Mille tuoni, non sarebbe corso tanto.

      – Ti ripeto che lo raggiungeremo.

      – Ma dove sarà fuggito?

      – Scommetterei una botte di «wisky» contro una tazza di «gin» che si è diretto verso lo stretto di Isanotzkoi.

      – Ci dirigeremo adunque verso quello stretto.

      – Subito, fiociniere A bordo le baleniere, giovanotti.

      Le due imbarcazioni in brevi istanti furono issate alle gru, dopo di che il «Danebrog» si rimise in marcia dirigendosi verso la penisola di Alaska che coll’isola di Uminak forma lo stretto accennato di Isanotzkoi

      L’equipaggio a cui premeva assai ritrovare il cetaceo per non perdere la famosa scommessa impegnata col norvegese, erasi già quasi tutto installato sulle coffe e sulle crocette, tenendo gli occhi fissi verso nord – nord – est. Il capitano aveva promesso una bottiglia di «wisky» al primo che lo scopriva, e quel premio era da tutti agognato.

      Ben presto però dovette rinunciare a quella guardia che stancava assai, tanto più che non scorgeva alcuna traccia del fuggitivo nè una macchia rossastra che indicasse del sangue, nè quelle materie grasse che si lasciano ordinariamente dietro i cetacei in genere.

      Per quattro lunghe ore il bravo veliero, spinto da un fresco vento di sud-ovest, filò con una velocità superiore al sette nodi senza deviare dalla sua rotta, poi piegò un po’ verso nord-est colla speranza di ritrovare su quella nuova via le tracce.

      – Nulla! – esclamò il capitano che scrutava l’oceano con un cannocchiale. – Bisogna che sia ben forte per camminare tanto.

      – Io temo che non sia gravemente ferito, signore – disse il tenente che fumava pacificamente la sua pipa, seduto sulla murata di babordo.

      – Ha lanciato forse male il rampone Harwey?

      – Bene no di certo, capitano; nè del resto, lo poteva. Il capodolio aveva sconvolto il mare in siffatta guisa, che nelle baleniere non era possibile tenersi in piedi.

      – Diavolo! Che lo si perda?

      – Non lo credo. Camminerà molto, è cosa certa, forse fino allo stretto di Behring, ma poi si fermerà e morrà.

      – Ma lo ritroveremo noi?

      – E perchè no? C’è la «droga» attaccata alla lenza.

      – Lo so ma io so pure che vi sono dei balenieri che non si fanno scrupolo di impadronirsi dei cetacei ramponati dagli altri. E questi pirati di nuova specie non sono pochi.

      – Aggiungo qualche cosa d’altro, ora che ci penso – disse il tenente.

      – Che cosa, signor Hostrup?

      – Che se il nostro capodolio va a morire su qualche isola o su qualche costa per noi è perduto. Gli abitanti se lo prenderanno senza curarsi della «droga».

      – Non ci mancherebbe che questa disgrazia! Sapete, tenente, che noi siamo molto sfortunati? E proprio quest’anno che abbiamo impegnato la scommessa con quel briccone di norvegese. Fortunatamente ho un equipaggio forte e coraggioso e una nave che non teme i ghiacci del polo.

      – Siete risoluto