Emilio Salgari

La perla sanguinosa


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credo e penso che finga di esserlo per andare a riposare qualche giorno all’infermeria.»

      Il quartiermastro si era alzato da sedere; fingendo uno sforzo supremo e mostrando le larghe macchie che imbrattavano il suolo e l’orlo del tavolo, prodotte dal vomito che lo aveva assalito dopo l’ultima sigaretta, disse:

      «Ecco le prove se io sono ammalato o no. Vi ho già detto che temevo mi cogliesse l›itterizia. Guardatemi il viso, dottore.»

      «Sei giallo come un melone, – rispose il medico. – Non occorre che ti visiti. Passatelo all›infermeria.»

      «Andrà a tenere compagnia al malabaro,» disse il capo ridendo, mentre il dottore se ne andava, senza curarsi di dare uno sguardo di più al quartiermastro.

      «L›avete battuto quel disgraziato?» chiese Will a denti stretti.

      «Perbacco! L›abbiamo fatto cantare meglio d›un pappagallo ammaestrato! Tu, che sei stato marinaio, sai già come accarezza bene le spalle il gatto a nove code e come sa anche adoperarlo quel caro Fok. Ha il polso solido quell’uomo e nessuno può resistere ai suoi colpi.»

      «E il Guercio?»

      «Non si puniscono gli innocenti.»

      «Cioè le spie,» corresse ironicamente il quartiermastro.

      «È un›idea tua quella.»

      «Tutti sanno che quel cingalese è la spia del bagno.»

      Il capo sorvegliante alzò le spalle con fare annoiato, poi disse:

      «Su, vieni, se è vero che sei ammalato. Gran buon uomo quel dottore! Io, se fossi al suo posto, ti avrei mandato invece nella foresta a tagliare alberi.»

      Will credette opportuno non rispondere.

      Il capo gli staccò la catena, poi lo spinse ruvidamente giù dal tavolato, dicendogli:

      «Non avrai la pretesa che io ti porti. Avanti!»

      Il quartiermastro ebbe un lampo di rivolta dinanzi a tanta brutalità. Lo fissò in faccia, incrociando nello stesso tempo le braccia, poi gli disse con voce sibilante:

      «Mi prendi per un indiano tu, Foster? Tu sei un bruto che non sa rispettare la sventura.»

      «Non prenderti tanta confidenza, Will, – rispose il capo. – Non ti è permesso darmi del tu.»

      «Sono un tuo compatriota.»

      «Per me non sei altro che un numero. Basta, cammina o ti farò assaggiare il gatto appena sarai guarito.»

      Il quartiermastro con uno sforzo supremo si frenò e uscì lentamente dalla cella, seguito dal capo che teneva in mano l’estremità della catena.

      Percorsero un lungo corridoio, dove regnava un calore infernale e salirono una gradinata, sul cui pianerottolo vegliava un guardiano armato di carabina colla baionetta inastata.

      «È entrato nessun altro nell›infermeria?» chiese il capo alla sentinella.

      «Sì, un altro,» rispose il guardiano.

      «Chi?»

      «Jody, il macchinista.»

      «Anche quello ammalato?»

      «È entrato poco fa colle guance così gonfie che mi parevano due zucche.»

      «Mi rincresce, perché quello è un buon diavolo.»

      Fece aprire la porta e introdusse Will in una vasta stanza, illuminata da una mezza dozzina di finestre munite di doppie inferriate, ed ingombra di lettucci assai bassi, disposti su due linee.

      Due teste si alzarono da due letti, guardarono il nuovo arrivato, poi si abbassarono subito scomparendo sotto le lenzuola.

      «Va› a coricarti, – disse il capo, spingendo innanzi Will. – Il medico ripasserà appena avrà terminato il pranzo e la partita di whist col governatore.»

      Il quartiermastro si diresse verso un letto, si spogliò e si cacciò sotto le coperte fingendosi completamente esausto, mentre il capo rinchiudeva la porta, ripetendo:

      «Sarà qui dopo il whist

      Era appena uscito che si udì una voce dire con accento un po’ beffardo:

      «Eccoci finalmente in compagnia. Cerchiamo ora di guarire presto e tutto andrà a meraviglia. Il cilindro è finito?»

      Da un letto si era alzata una testa tutta avvolta in pannilini, che mostrava due gote mostruosamente gonfie, colla pelle assai abbronzata e due occhietti nerissimi, vivaci, intelligenti.

      «Non sono bello è vero, signor Will!» disse il malato con una risata.

      «No, davvero, mio bravo Jody,» rispose il quartiermastro.

      «Ah, signor Will, – disse in quell’istante un’altra voce. – Come mi hanno conciato quei cani idrofobi! Mi pare che mi abbiano fracassato perfino le costole.»

      Un’altra testa si era alzata da un letto vicino: quella del malabaro. Il disgraziato indiano era completamente trasfigurato ed il suo viso aveva perduto la sua tinta bronzea per assumere un colore grigiastro, il pallore delle razze colorate.

      Dovevano averlo orribilmente conciato e certo il suo dorso doveva essere tutta una piaga, poiché il gatto a nove code, usato ancora nel secolo scorso sui vascelli da guerra della marina inglese e nei penitenziari, non è meno terribile dello knut russo.

      Si tratta d’una vera frusta formata da nove strisce di corde guernite di piccole palle di piombo, ognuna delle quali traccia, sul dorso del condannato, un vero solco sanguinoso. Cinquanta colpi bastano per produrre la morte, talvolta anche meno; perciò a quelle barbare esecuzioni si usava far assistere un medico, onde le facesse interrompere se la vita del paziente sembrava in pericolo. Ciò però non graziava il poveretto dai colpi che gli erano stati assegnati: si attendeva che le ferite si fossero ben rimarginate per somministrargli i rimanenti.

      «Come stai, mio povero Palicur?» chiese il quartiermastro, commosso dalla figura spettrale del malabaro.

      «Non bene di certo, signor Will, – rispose il pescatore di perle, sforzandosi di sorridere. – Non mi hanno graziato nemmeno un colpo. Fortunatamente sono robusto e noi indiani abbiamo la pelle un po’ dura.»

      «Per quanto ne avrai?»

      «Per otto giorni almeno, signor Will.»

      «Ti hanno fasciato bene le piaghe?»

      «Sì e le hanno anche disinfettate. Ma come vi trovate voi qui?»

      «Ho l›itterizia.»

      «Vera?»

      «Si, come le gote gonfie di Jody,» rispose il quartiermastro.

      Il malabaro, che si era un po’ alzato, guardò l’altro ammalato e, nonostante i dolori acuti che lo tormentavano, scoppiò in una risata.

      «Anche il mulatto ammalato! – esclamò. – Chi farà funzionare ora la macchina del battello a vapore?»

      «Nessuno per ora, – rispose Jody. – Bisogna che attendano la mia guarigione se vorranno servirsene, non essendovi alcuno che possa surrogarmi. La mia malattia non guarirà se non quando voi sarete in piedi.»

      «Come hai fatto, Jody, a gonfiare le gote in quel modo? – chiese Will. – Sei mostruoso.»

      «Una cosa da nulla, signor Will. Mi sono graffiato profondamente, con uno spillo, le mucose della bocca e da un forzato compiacente mi sono fatto soffiare dentro con una paglia, finché le gote sono diventate grosse come palloni. Tenete bene in mente questa ricetta; potrebbe esservi utile un giorno per farvi mandare all’ospedale.»

      «Non ne avremo più bisogno, spero, – disse il quartiermastro, con voce grave. – Tutto è pronto, vero?»

      «Non mi trovereste qui, signor Will, se fosse altrimenti. Vi avevo avvertito che mi sarei dato per ammalato appena terminato il cilindro. L’ho finito ieri sera ed avendo saputo poco fa che vi si voleva far provare il gatto a nove code, mi sono prontamente ammalato per essere qui insieme a voi.»

      «Ah!