Emilio Salgari

La perla sanguinosa


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lavori domani?»

      «In nessun luogo. Mi hanno accordato due giorni di riposo perché ho la febbre.»

      «Invece di darti una parte del gatto a nove code che hanno inflitto a quel povero diavolo di Palicur.»

      «Era stato lui ad insultarmi,» disse il Guercio.

      «Già, è vero, – rispose Jody, – ma credo che tu sia nato sotto una buona stella e che nessuno sia più fortunato di te. Hai portato qualche talismano da Ceylon?»

      «Sì, un frammento d›una falange di Godama, – disse il Guercio, ridendo. – Buona notte, Jody: a domani sera.»

      Il cingalese, che voleva tagliar corto, avendo capito a che cosa alludeva il mulatto, volse le spalle e se ne andò verso una delle tettoie dove già entravano i forzati dei cantieri per l’appello serale.

      Jody invece rimase sulla spiaggia, con un piede sul bordo della scialuppa che aveva legato a un palo, seguendo con uno sguardo di profonda preoccupazione la spia.

      «Non sono i granchi che lo hanno indotto a chiedermi di condurlo alla scogliera, – mormorò ad un tratto. – Che il quartiermastro avesse ragione di dubitare di quel furfante? Già, tutti affermano che egli è la spia dei sorveglianti.

      «Ha forse saputo che noi ci prepariamo a filarcela? E le gite che io faccio ogni sera alla scogliera lo hanno allarmato? Noi corriamo il pericolo di finire in cella a doppia catena, se non ci affrettiamo ad andarcene.

      «È necessario che io veda il quartiermastro e che domani sera tentiamo il colpo, checché debba succedere. Andiamo innanzi tutto ad informarci chi è di guardia all’infermeria.»

      Prese il granchio che aveva pescato sulla scogliera, un mostruoso ragno di mare pesante parecchi chilogrammi, e andò a consegnarlo a uno dei guardiani della casa del governatore, poi s’informò chi era di guardia quella notte all’infermeria.

      «Foster, – si sentì rispondere, quando ebbe interrogato uno dei sorveglianti, coi quali aveva ormai una certa famigliarità nella sua qualità di macchinista del direttore e di bravo ragazzo che regalava di frequente i frutti delle sue pesche. – Foster? – disse fra sé. – È amante dei liquori costui e non rifiuterà di vuotare con me una mezza bottiglia.»

      Si recò nella sua capanna, costruita dietro la casa del governatore, si cacciò nelle tasche un paio di bicchieri e una bottiglia di ginepro, poi s’avviò verso l’infermeria.

      Godendo egli di privilegi speciali, nessuno gl’impedì il passo, sicché poté giungere indisturbato nel corridoio che conduceva all’infermeria, dove vegliava il guardiano Foster, un brutto irlandese con una foresta di capelli rossi e il naso grosso e cremisi, tipico dei bevitori impenitenti.

      «Oh, Jody, – disse il guardiano, vedendolo avanzarsi. – Torni all›infermeria di già? Giovanotto mio, hai avuto troppa fretta a uscire.»

      «Non ho affatto l›intenzione di andarmi a cucinare sotto le coltri, – rispose il mulatto. – Preferisco correre sul mare e respirare la fresca brezza.»

      «Perché vieni qui, dunque?»

      «Volevo pregarvi di permettermi di far assaggiare a quei due poveri diavoli che si trovano nell’infermeria un po’ di ginepro del governatore. Ciò li rimetterà forse più in gamba di tutte le medicine che fa loro inghiottire il dottore. Non vi pare, signor Foster?»

      «Le medicine! Da noi, in Irlanda, si guariscono i malati con del buon gin o del brandy, e se vedessi come saltano dopo una sbornia! Le medicine! Non si conoscono nel nostro paese. Ma, ehi, giovanotto, ed io dovrò starmene qui a bocca asciutta, mentre gli altri bevono? Tu sai che gli irlandesi hanno sempre sete. Bedah! Harrah! È il nostro grido di guerra!»

      «Non sono un così cattivo ragazzo da non aver pensato anche a voi, signor Foster. Basta un bicchiere per gli ammalati; il resto è per voi.» Gli occhi dell›irlandese si erano fissati, con ardente bramosia, sulla bottiglia quadrangolare che il mulatto aveva tratto dalla tasca.

      «Bedah! ginepro dell’Olanda! – esclamò. – È munifico con te il governatore! Questo deve bruciare bene la gola! Non deve valere meno d’una mezza sterlina quella bottiglia. Dammene un sorso, mio bravo Jody.»

      «Dieci, venti sorsi, signor Foster. Lasciate che empia questi due bicchieri; il resto è per voi.»

      «E tu?»

      «Bah! Non ci tengo ai liquori,» rispose il mulatto.

      «Tu non saprai mai apprezzare la suprema felicità d’una bella sbornia, ragazzo mio, e mi rincresce per te. Da’ la bottiglia, che io l’assaggi.»

      Jody, che rideva in cuor suo, empì i due bicchieri, poi passò la bottiglia all’irlandese che se la portò subito alle labbra.

      «Harrah! – esclamò il beone, dopo la prima sorsata. – È roba fina! Si capisce che è del governatore. Se potesse mettere un piede solo nella sua cantina, Foster sarebbe l’uomo più felice del mondo.»

      «Permettete dunque che porti questi due bicchieri ai due ammalati?»

      «Va›, figlio mio. Tu sei un gran bravo ragazzo. Dar da bere agli assetati, insegna la dottrina, e Dio ti sarà riconoscente: sono un buon cristiano io e me ne intendo, neh! Apri ed entra, mentre io ti trinco questo sangue delizioso di messer Belzebù, re del fuoco.»

      «E compare tuo,» aggiunse fra sé il mulatto, entrando nell›infermeria e chiudendo per precauzione la porta, quantunque fosse più che sicuro che l›irlandese non l›avrebbe disturbato finché v›era ginepro nella bottiglia.

      Una fumosa lampada ad olio illuminava la vanta stanza che serviva d’infermeria. Il quartiermastro della Britannia ed il malabaro non si erano ancora addormentati e stavano parlando sommessamente. Vedendo comparire improvvisamente il macchinista, entrambi intuirono che qualche cosa di grave doveva essere accaduto.

      «Tu rechi a noi qualche cattiva notizia, è vero, Jody?» chiese Will, che nonostante cercasse di mostrarsi calmo era diventato un po› pallido.

      «Adagio, signore, – rispose il mulatto. – Potrebbe essere un semplice capriccio del Guercio… tuttavia vi consiglierei di tenervi pronti per domani sera, fra le dieci e la mezzanotte.»

      «A fuggire?»

      «Sottovoce, signor Will. È vero che Foster in questo momento è troppo occupato a vuotare la bottiglia di ginepro, nondimeno è meglio essere prudenti. Non si sa mai, vi possono essere sempre degli orecchi pronti a raccogliere le nostre parole.»

      Offrì ai due ammalati i due bicchieri, poi in poche parole li informò della proposta fattagli dal cingalese.

      «Che ti abbia veduto sottrarre dei viveri dal magazzino?» chiese Will, quand’ebbe finito.

      «È impossibile,» rispose il mulatto.

      «È uno stregone quel maledetto cingalese. Deve avere qualche sospetto per averti pregato di condurlo a cacciare i granchi sulla scogliera.»

      «Pare anche a me, – disse il malabaro. – Quello è peggio di un cobra-capelo, signor Will.»

      «E tu hai acconsentito a riceverlo sulla scialuppa?» chiese l›inglese, dopo qualche istante di riflessione.

      «Se mi fossi rifiutato avrei aumentato di certo i suoi sospetti, signore,» rispose Jody.

      «È vero; hai fatto bene a non mostrarti ostile a quel desiderio. Cane d’un Guercio! Egli medita qualche brutto tiro contro di noi e deve aver saputo qualche cosa dei nostri progetti.»

      «Ci ha ascoltati quel giorno che noi stavamo coricati sotto quel banano,» disse il malabaro.

      «Ma io non avevo pronunciato il nome di Jody,» disse il quartiermastro, che era diventato assai pensieroso.

      «Signor Will, – disse il mulatto, – è necessario prendere una pronta risoluzione. Se non fuggiamo domani sera, noi un giorno o l›altro finiremo per venire scoperti e allora addio speranze. Con la doppia catena indosso non si scappa più.»

      «Domani sera… Io sono pronto, perché me ne rido