Emilio Salgari

Le due tigri


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vivo che mi occorre: della sua pelle non saprei che cosa farne.

      – Quando me lo direte, lo porterò via.

      – Sí, ma non qui. La festa è finita: amici, attenti al vecchio e preparate le armi. Avremo da divertirci un po’.

      Capitolo VI. LA BAJADERA

      La piazza a poco a poco si vuotava, mentre i sacerdoti riportavano nella pagoda le statue di Kalí, di Darma-Ragia e di Drobidè, accompagnati dai musicisti e dalle bajadere e da coloro che avevano subita la prova del fuoco.

      Il manti accompagnò la statua fino dinanzi la gradinata, suonando il suo bin, ma giunto colà, invece di salire nella pagoda, con una mossa improvvisa si gettò fra un gruppo di persone, sperando probabilmente di sottrarsi alla vista dei quattro finti mussulmani.

      Attraversò rapidamente il gruppo, poi imboccò una viuzza che pareva girasse dietro la pagoda e si allontanò a passo di corsa.

      Quella manovra non era però sfuggita né a Kammamuri, né alle tigri di Mompracem.

      Con altrettanta rapidità, i quattro uomini avevano girato il gruppo ed erano giunti allo sbocco della via ancora in tempo per scorgere il manti il quale si teneva rasente i muri delle case.

      – Addosso! – aveva esclamato Sandokan. – Non lasciamocelo scappare di mano.

      La via, stretta e fangosa era deserta e per di piú oscurissima non essendovi alcuna veranda illuminata. Le tre tigri di Mompracem e Kammamuri affrettavano il passo per non perdere di vista il manti.

      Non volevano assalirlo subito, essendo ancora troppo vicini alla piazza. Un grido poteva far accorrere delle persone, fors’anche i settari che portavano la statua di Kalí i quali non dovevano ancora essersi allontanati dalla pagoda.

      Il manti allungava sempre il passo, ma anche gl’inseguitori non perdevano terreno, anzi ne guadagnavano a ogni momento, quantunque non corressero.

      Erano già lontani due o trecento passi dalla pagoda, quando improvvisamente da una viuzza laterale videro irrompere un drappello di bajadere munite di cimbali e di larghe fasce di seta azzurra, scortate da due ragazzi che portavano due fiaccole.

      Erano una trentina, tutte belle e giovani, dagli occhi di fuoco, coi lunghi capelli neri ondeggianti sulle spalle, coperte di mussole trasparenti e adorne di braccialetti e di collane d’oro.

      In una mano tenevano un piccolo tamburello, nell’altra invece una larga fascia di seta leggerissima che facevano ondeggiare in aria con rapidità fantastica.

      In un baleno tutte quelle belle fanciulle, che parevano in preda a una pazza allegria, avevano circondati i quattro uomini danzando turbinosamente intorno a loro e agitando sempre le fasce ben in alto, come se avessero cercato d’impedire che scorgessero il manti.

      Sandokan aveva subito gridato:

      – Largo, fanciulle! Abbiamo fretta!

      Le bajadere avevano risposto con una risata clamorosa e invece di lasciare il posto si erano maggiormente strette contro le tigri di Mompracem e Kammamuri, avviluppandoli cosí bene da impedire di fare un passo innanzi.

      – Sgombrate! – tuonò Sandokan, che cominciava a perdere la pazienza e che ormai non vedeva piú il manti attraverso a tutte quelle ciarpe che svolazzavano sempre.

      – Sfonda le linee o il briccone ci scapperà! – gridò Yanez. – Queste ragazze cercano di salvarlo.

      Stavano per avventarsi contro le bajadere, quando le videro abbassarsi bruscamente lasciando cadere le ciarpe e scorsero dietro di esse una dozzina d’uomini che facevano volteggiare in aria i lacci ed i fazzoletti di seta nera colla palla di piombo dei Thugs.

      Le danzatrici, agill come giovani pantere, sgusciarono di sotto le braccia degli uomini, gettandosi a destra ed a sinistra onde non intralciarli nel loro attacco.

      Sandokan aveva mandato un urlo di furore.

      – I Thugs! Addosso, per la morte d’Allah!…

      Con rapidità fulminea aveva estratta una corta scimitarra che teneva celata nell’alta fascia ed una lunga pistola a doppia canna.

      Tagliò tre o quattro lacci che stavano per piombargli addosso, poi scaricò a brucia-pelo i due colpi della sua pistola contro gli uomini che stavano dinanzi, gettandone a terra due.

      Nel medesimo istante Yanez, Sambigliong e il maharatto, riavutisi prontamente dallo stupore, caricavano a loro volta colle scimitarre in pugno, scaricando contemporaneamente le loro pistole.

      I Thugs non opposero resistenza. Dopo d’aver tentato, ma invano, di lanciare i loro fazzoletti, si sbandarono dinanzi a quella carica fulminea, fuggendo a rompicollo, assieme alle bajadere che non erano meno leste degli uomini.

      Sulla via non erano rimasti che quattro morti e una delle torce gettata da uno dei due fanciulli che accompagnavano le danzatrici.

      – Saccaroa! – esclamò Sandokan. – Ancora una volta siamo stati giuocati! Ed il manti intanto è scomparso!

      – Un bell’agguato in fede mia, – disse Yanez, riponendo tranquillamente le armi nella fascia.

      – Non credevo che quelle belle fanciulle fossero alleate con quei bricconi di strangolatori. Le furbe! Facevano volteggiare le ciarpe per impedire a noi di scorgere i Thugs che s’avanzavano a passi di lupo. L’avventura è comica.

      – E per poco non finiva tragicamente, mio caro Yanez. Mi hanno percosso il collo due volte colle palle di piombo e credevo di sentirmi da un momento all’altro strangolare. Che cosa ne dici, Kammamuri?

      – Dico che il manti ha approfittato per scapparci di mano.

      – Non è un imbecille costui!

      – Se lo inseguissimo? – disse Sambigliong. – Forse non è molto lontano.

      – A quest’ora chissà dove si sarà rifugiato. Orsú, la partita è perduta e non ci rimane che tornare al nostro praho, – disse Sandokan.

      – E andarcene a dormire, – aggiunse Yanez.

      – Oh! Lo ritroveremo quel vecchio volpone, – disse la Tigre della Malesia, stringendo le pugna. – Quell’uomo ci è necessario, specialmente ora che sappiamo essere un thug. Non lasceremo Calcutta finché non l’avremo preso.

      – In marcia, Sandokan. Non spira buon’aria per noi e i Thugs possono tornare alla carica o prepararci un altro agguato.

      Sandokan raccolse la torcia abbandonata da uno dei due fanciulli e che non si era spenta ancora. Stava per mettersi in cammino quando un gemito attrasse la sua attenzione.

      – Vi è qualcuno da finire, – disse, estraendo la scimitarra.

      – O da raccogliere invece? – chiese Yanez. – Un prigioniero sarebbe preziosissimo.

      – È vero, amico mio.

      Il gemito si era fatto nuovamente udire.

      Veniva dall’angolo della viuzza laterale, da dove erano sbucate le bajadere.

      – Rimanete qui a vegliare e ricaricate le pistole, – disse Sandokan, rivolgendosi a Kammamuri e a Sambigliong.

      Si diresse verso la viuzza seguito da Yanez e vide stesa a terra, contro la parete d’una casa, una bajadera la quale tentava, ma invano, di rialzarsi.

      Era una bellissima giovane, dalla pelle leggermente abbronzata, i lineamenti dolci e fini, cogli occhi nerissimi e i capelli lunghi, intrecciati con fiori di mussenda e nastrini di seta azzurra.

      Uno splendido costume copriva il suo corpo sottile come un giunco, pur essendo squisitamente modellato, tutto di seta rosa, con guarnizioni di perle, e che finiva in un paio di calzoncini che scendevano fino alla noce dei piedi.

      La povera fanciulla doveva aver ricevuto una palla nel petto, poiché una macchia di sangue si allargava sopra il sottile busto di legno dorato che le racchiudeva il corpo.

      Vedendo apparire le due tigri di Mompracem, la fanciulla si coprí il viso con una mano, mormorando:

      – Grazia…

      – Ah!