Emilio Salgari

Le due tigri


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ventesima o trentesima sigaretta e fumava placidamente.

      – Spingete, – comandò freddamente Tremal-Naik ai quattro malesi che avevano legato il manti.

      – Fatelo dondolare senza preoccuparvi delle sue grida.

      I pirati si misero due da una parte e due dall’altra e diedero la prima spinta.

      Il manti strinse i denti per non lasciarsi sfuggire alcun grido, però si vedeva che doveva soffrire atrocemente sotto quella stretta che a causa del dondolamento aumentava sempre.

      Aveva gli occhi schizzanti dalle orbite e il suo respiro era diventato affannoso come se i polmoni, pure compressi, non potessero quasi piú funzionare.

      Alla terza spinta che gli fece penetrare la funicella nelle carni, il disgraziato non poté piú frenare un urlo di dolore.

      – Basta! – gridò con voce rauca. – Basta… miserabili.

      – Parlerai? – chiese Tremal-Naik, accostandoglisi.

      – Sí… sí… dirò tutto quello… che vorrai… sapere… ma fammi togliere il laccio… Soffoco…

      – Potresti pentirti e mi seccherebbe dover ricominciare il supplizio.

      Fece arrestare il dondolamento, poi riprese:

      – Dove si trova Suyodhana? Se non me lo dici, non faccio allentare il nodo scorsoio.

      Il manti ebbe un’ultima esitazione, che non ebbe che la durata di pochi secondi. Ora non si sentiva in caso di resistere piú a lungo a quello spaventevole supplizio inventato dalla diabolica fantasia dei suoi compatriotti.

      – Te lo dirò, – rispose finalmente, facendo una smorfia orribile.

      – Dimmelo dunque.

      – A Rajmangal.

      – Negli antichi sotterranei!

      – Sí… sí… basta… m’uccidi…

      – Una risposta ancora, – disse l’implacabile bengalese. – Dove hanno nascosto mia figlia?

      – Anche quella… la vergine… a Rajmangal.

      – Giuramelo sulla tua divinità.

      – Lo giuro… su Kalí… Basta… non ne posso… piú.

      – Calatelo, – comandò Tremal-Naik.

      – Non resisteva piú, – disse Yanez gettando via la sigaretta. – Questi diavoli d’indiani possono dare dei punti all’Inquisizione della vecchia Spagna.

      Il manti fu subito calato e liberato dal nodo scorsoio e dalle corde. Attorno al ventre aveva un solco profondo, azzurrognolo che in certi punti sanguinava.

      I malesi furono costretti a farlo sedere, perché il disgraziato non si reggeva piú sulle gambe.

      Ansava affannosamente e aveva il viso congestionato.

      Tremal-Naik attese qualche minuto onde riprendesse fiato, poi riprese:

      – Ti avverto che tu rimarrai nelle nostre mani, finché noi avremo le prove di non essere stati da te ingannati. Se avrai detto la verità, un giorno tu sarai libero e anche largamente ricompensato delle due delazioni; se avrai mentito non risparmieremo la tua vita e ti faremo soffrire torture spaventevoli.

      Il manti lo guardò senza fare nessun gesto. Vi era però nei suoi occhi un terribile lampo d’odio.

      – Dov’è l’entrata del sotterraneo? Ancora presso il banian? – chiese Tremal-Naik.

      – Questo non te lo posso dire, non essendomi piú recato a Rajmangal dopo la dispersione dei settari, – rispose il manti. – Credo però che non sia piú quella.

      – Dici il vero?

      – Non ho forse giurato su Kalí?

      – Se tu non sei piú tornato a Rajmangal, come sai che mia figlia si trova colà?

      – Me lo hanno detto.

      – Perché me l’hanno presa?

      – Per fare di quella bambina la «Vergine della pagoda». Tu hai rapito la prima; Suyodhana ti ha preso la figlia che ha nelle sue vene il sangue di Ada Corishant.

      – Quanti uomini vi sono a Rajmangal?

      – Non sono molti di certo, – rispose il manti.

      – Una parola ancora, – disse Sandokan, intervenendo. – I Thugs posseggono delle navi?

      Il vecchio lo guardò per qualche istante, come se cercasse d’indovinare il motivo di quella domanda, poi disse:

      – Quand’io ero a Rajmangal non avevano che dei gonga. Non so quindi se Suyodhana in questi ultimi tempi abbia acquistata qualche nave.

      – Quest’uomo non confesserà mai tutto, – disse Yanez a Sandokan. – D’altronde ne sappiamo abbastanza e possiamo andarcene prima che i sacrificatori tornino con dei rinforzi. Ah! E della vedova, che cosa ne faremo?

      – La manderemo a casa mia, – disse Tremal-Naik. – Si troverà meglio che fra i Thugs.

      – Allora partiamo, – disse Yanez. – Che siano già giunti gli elefanti a Khari?

      – Fino da ieri, ne sono sicuro.

      – Saranno belli?

      – Splendidi animali, senza dubbio, già abituati a cacciare le tigri. Sono stati pagati cari ma meriteranno quella somma.

      – Andiamo dunque a cacciare nelle Sunderbunds, – concluse Yanez. – Vedremo se le tigri del Bengala valgono quelle delle foreste malesi.

      Due uomini presero il manti sotto le braccia e la truppa, a un cenno di Sandokan, abbandonò il piazzale, dove finivano di consumarsi, sugli ultimi tizzoni, le ossa del thug.

      La foresta dei cocchi fu attraversata senza incontrare nessuno e verso le due del mattino la spedizione prendeva posto nelle due scialuppe, aumentata del manti e della vedova.

      Avendo la corrente in favore, il ritorno fu compiuto in brevissimo tempo. Un’ora dopo infatti tutti erano a bordo del praho.

      Il manti fu rinchiuso in una delle cabine del quadro e per maggior precauzione gli fu collocata una sentinella dinanzi all’uscio.

      – Quando partiamo? – chiese Tremal-Naik a Sandokan, prima di rientrare nelle loro cabine.

      – All’alba, – rispose il pirata. – Ho già dato gli ordini opportuni onde tutto sia pronto prima dello spuntare del sole. Domani sera potremo trovarci a Khari?

      – Certo, – rispose Tremal-Naik. – Non vi sono che dieci o dodici chilometri dalla riva del fiume a quel villaggio.

      – Una semplice passeggiata. Buona notte ed a domani.

      Cominciavano a tramontare le ultime stelle quando l’equipaggio del praho era tutto in coperta per prepararsi alla partenza.

      Mentre issavano le immense vele, Sambigliong che dirigeva la manovra s’avvide, con una certa inquietudine, che anche le due grab ancoratesi il giorno innanzi, si preparavano a lasciare l’ancoraggio.

      Le loro tolde eransi rapidamente coperte d’uomini i quali alzavano precipitosamente le vele latine e spiegavano i fiocchi, come se avessero avuto timore che la brezza dovesse da un momento all’altro mancare o che la corrente del fiume cambiasse direzione.

      Il malese che aveva pure i suoi sospetti su quelle due misteriose navi, le quali portavano equipaggi quattro o cinque volte piú numerosi di quelli che sogliono avere quei velieri, rimase profondamente turbato da quelle manovre precipitose.

      – Qui gatta ci cova, – mormorò. – Che il padrone abbia ragione di aver diffidato di questi vicini? Non ci vedo chiaro in questo affare.

      Stava per dirigersi verso poppa, onde scendere nel quadro e avvertire Sandokan, quando questi comparve.

      – Padrone, – gli disse. – Anche le due grab salpano con noi.

      – Ah! –