Emilio Salgari

Le stragi delle Filipine


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uno sguardo smarrito.

      Quella disgraziata, che sta per subire la sorte toccata agli altri incontrati da quei fanatici sanguinarii, è d’una singolare bellezza.

      Può avere sedici o diciassette anni, ma può averne anche meno. È una figurina gentile, ma di taglia elegante quantunque piccola, con due occhi d’un nero profondo che tradiscono la sua origine spagnuola, sormontati da folte e nere sopracciglia dall’ardita arcata; con due labbra rosse come corallo che mostrano dei denti candidi, col naso diritto ma delle narici mobili che caratterizzano il tipo delle isolane di Luzon, coi capelli oscuri, sciolti sulle spalle e colla pelle bruna.

      Non porta né gioielli, né vezzi di perle come le sue concittadine di Manilla e non indossa vesti di gran lusso né a vivaci colori. Non ha che un semplice vestito di mussola azzurra a fiorami e sul capo una leggera ciarpa di seta bianca, la manta.

      Vedendosi sola inarcò le sopracciglia, ma ad un tratto impallidí, gettando un grido d’orrore. Aveva scorto i juramentados, i quali le correvano addosso come una torma di lupi affannati, roteando i parangs.

      Un istante ancora e quella bella testa doveva cadere al suolo, spiccata da quelle armi formidabili e quel giovane corpo doveva stramazzare nella polvere, vomitando sangue.

      Ma al grido d’orrore della fanciulla, un altro vi aveva fatto eco.

      Due uomini, uno vestito all’europea e l’altro da chinese, che si erano riparati in un vicino caffè, hanno veduto e non curanti della loro vita, si sono precipitati in aiuto della giovinetta.

      Il primo è un uomo sui trent’anni, dai lineamenti arditi, che indicano un coraggio a tutto prova. Sembra che appartenga a quella splendida e intelligente razza formata dall’incrocio del sangue europeo con quello degli indigeni delle Filippine, poiché ha la pelle un po’ bruna, dai riflessi rossastri, gli occhi grandi, neri, tagliati a mandorla, i capelli pure nerissimi ed inanellati, i denti d’una bianchezza abbagliante e la corporatura robusta, ma dotata di quell’agilità che distingue gl’isolani della Filippine.

      L’altro, che sembra piú attempato di una mezza dozzina d’anni, ha invece la pelle giallo-pallida, gli occhi leggermente obliqui con strani bagliori, la fronte alta e spaziosa solcata già da qualche precoce ruga, le labbra strette, sottili ed il mento appuntito, coperto da una barba rada, il capo in gran parte rasato e adorno di una barba come usano i chinesi. La sua statura è piú alta del compagno e piú robusta e piú muscolosa. Quell’uomo, che tutto indica appartenga alla razza chinese, deve possedere una forza veramente eccezionale ed una energia non comune negli uomini della sua razza.

      I due coraggiosi si gettano dinanzi alla giovinetta che si è aggrappata allo sportello della portantina, col capo nascosto tra le braccia, come se volesse ripararlo dai colpi degli assassini.

      L’uomo bruno estrae rapidamente una rivoltella e apre un vero fuoco di fila, ma il suo compagno abbassa invece bruscamente l’arme che aveva pure estratta, mentre un sorriso crudele gli spunta sulle labbra.

      – La fanciulla bianca!… – esclama, con accento sdegnoso.

      Ma i colpi dell’uomo bruno sono stati sufficienti. Un moro, il capo fila, cade colla fronte bruciata, poi un secondo, poi un terzo. Gli altri deviano e si gettano verso l’orto botanico, ululando ferocemente. La strage sta per finire. L’allarme è stato dato, e da tutte le parti accorrono soldati e cittadini armati.

      Un tagalo, un altro coraggioso, affronta la terribile benda. Tiene in pugno una specie di forca di legno col manico lungo e le due punte armate di spine e rinchiuse, all’estremità, da un altro fascio di spine.

      È la brandill, l’arma migliore per arrestare i fanatici juramentados.

      La forca cade sull’ultimo selvaggio, imprigionandogli il collo. Il miserabile, arrestato di colpo, lacerato dalle spine che gli si cacciano nelle carni, cade in ginocchio.

      Nell’istesso istante un fuoco infernale parte dagli alberi del giardino. Due dozzine di soldati, accorsi dal forte S. Giacomo, fucilano senza misericordia i moros, i quali cadono l’uno sull’altro in un fascio.

      È finita; i fanatici, crivellati dalle palle, non si rialzeranno piú per continuare l’orribile strage e la popolazione di Manilla, un istante prima terrorizzata dalla furia sanguinaria di quei formidabili uomini, può scendere tranquillamente nelle vie per numerare le vittime.

      La bruna giovane intanto, miracolosamente sfuggita alla morte, dopo un istante di stupore e di sbalordimento, aveva alzati gli occhi sul salvatore che le stava ancora dinanzi colle braccia incrociate sul petto, in un atteggiamento quasi triste. Appena lo vide, un grido le sfuggí e s’appoggiò alla portantina, come se le forze le fossero venute meno.

      – Voi… tu… Romero! – balbettò

      – Sí, io, – rispose l’uomo dagli occhi neri, con accento triste. – Tu non credevi di trovarmi qui, è vero Teresita?… Lo vedi: è il destino che mi spinge sempre sui tuoi passi.

      – Ah!… Romero!… Ti devo la vita!… – esclamò la giovane, tendendogli la mano.

      Il meticcio afferrò vivamente quella mano, le cui dita erano adorne di anelli di grande valore, se le portò al cuore, ma subito l’abbandonò.

      – A quale scopo, – disse, con voce cupa. – Tutto deve finire tra me e te.

      – No, Romero, – mormorò la giovane, nella cui voce si sentiva dello strazio. – Non parlare cosí!…

      – Sono un meticcio, lo sai. Non ho nelle vene il sangue puro degli spagnuoli e sono un proscritto, peggio ancora, un uomo condannato e che i tuoi compatriotti sarebbero ben felici di vedere morto. Qui è delitto parlare di libertà; qui è delitto amare la terra natia e tuo padre me l’ha dimostrato… Addio!… Forse non ci rivedremo mai piú!… Vado dove si combatte e dove si muore.

      Il meticcio, cosí dicendo, aveva fatto un passo indietro per ritirarsi, ma la giovane spagnuola lo aveva rapidamente trattenuto, afferrandogli strettamente ambe le mani.

      – Romero!… – esclamò, mentre i suoi occhi si empivano di lagrime. – Romero… tu non puoi lasciarmi cosí… non lo devi… perché io ti voglio sempre bene.

      Un sorriso amaro contrasse le labbra dell’uomo di colore.

      – Tu mi vuoi bene, lo so, – disse. – Ma lui, tuo padre, che mi ha condannato all’esilio, che mi odia, che mi disprezza?…

      «A quale scopo lottare, quando la speranza non sussiste?… A quale scopo vivere e soffrire ancora?… I miei fratelli muoiono per la libertà di questa terra e io voglio andare a morire al loro fianco».

      – No, Romero!…

      – È il destino che cosí vuole. Partirò: l’ho giurato, Teresita.

      – E tu che mi vuoi bene, tu che per me hai tanto sofferto, andrai a lottare contro i miei fratelli, contro mio padre?…

      – Tuo padre! – disse il meticcio con voce sorda.

      – È vero, Romero… perdona… – mormorò la giovanetta, soffocando un singhiozzo.

      – Addio, Teresita, – disse Romero, facendo uno sforzo che doveva straziargli il cuore. – Possono accorgersi che io sono tornato e se mi arrestassero, domani non sarei piú vivo. Se morrò nelle trincee di Cavite o di Bulacan, il mio ultimo pensiero sarà pel nostro infelice amore e l’ultima mia parola sarà per te.

      – E tu partirai?…

      – Domani, all’alba.

      – E non ci rivedremo piú?

      – Forse, se la morte mi risparmierà; ma non lo credo, poiché io la cercherò.

      – È necessario che io ti veda ancora. Non negarmi questo favore che può essere l’ultimo, Romero! – disse Teresita, piangendo.

      – Ho le ore contate.

      – Lo voglio, Romero.

      – Sia.

      – Questa sera.

      – Dove?…

      – Nel