Emilio Salgari

Le stragi delle Filipine


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lunghe hoal, ossia tuniche abbottonate sui fianchi, con piastroni di seta finemente ricamati e delle grandi pieghe, e dei facchini quasi nudi, ma che nella cintola portavano l’inseparabile ventaglio e la non meno inseparabile pipa per fumare l’oppio.

      In mezzo a quell’onda di cappellacci e di code agitatisi come serpenti, strepitavano dei tegali, i veri indigeni delle isole, dei pezzi di giovanotti, dalle forme eleganti ma insieme robuste, dal colorito rossastro, con delle gradazioni giallo-bronzine o ramigne, pittoreschi colle loro bianche camicie di percallo svolazzanti sopra i pantaloni ed adorne di ricami; o passavano silenziosi, tetri, i malesi dalle facce ossute ed oscure con gradazioni verdastre ed olivastre, cogli occhi sempre contratti e minacciosi e la cintura armata dell’inseparabile kriss, quel pugnale di forma serpeggiante, colla punta sovente avvelenata e cosí terribile nelle mani di quei fieri isolani.

      Quelle tre razze, un giorno acerrime nemiche, pareva che sul molo di Binondo se la intendessero fra di loro. I chinesi ed i tagali soprattutto, chiacchieravano insieme colla migliore concordia e molto rumorosamente. Commentavano le ultime notizie della guerra che si combatteva cosí vicina alla capitale, senza piú occuparsi delle numerose navi, delle giunche, dei prahos e dei giong che stavano ancorate dinanzi al molo, in attesa di venire caricate o scaricate.

      Pareva che inaspettati avvenimenti avessero assorbita tutta l’attenzione di quegli uomini, dimenticando i loro affari.

      Hang-Tu continuava a condurre il meticcio attraverso quella gente, senza piú parlare. I chinesi, i tagali e i malesi, come se avessero ricevuta una parola d’ordine, pareva che non si degnassero di gettare un solo sguardo su quei due, ma s’affrettavano a scostarsi per lasciare il passo libero. Solo di quando in quando Romero sorprendeva uno strizzamento d’occhi rapido come il lampo o un gesto fulmineo.

      Ad un tratto, in mezzo a quel vocío si udí echeggiare un fischio acuto. Hang-Tu trasalí e s’affrettò a dirigersi verso una stretta viuzza che tagliava in due il popoloso quartiere mentre le folla si aggruppava prontamente dietro a lui ed al meticcio, come per opporre una barriera alle loro spalle.

      – Ciò significa che qualche sospettoso spagnuolo ci seguiva, – rispose il chinese.

      – E questa gente?

      – Ci salva, opponendo fra noi e la spia un ostacolo insormontabile.

      – Ma se è uno spagnuolo, saranno costretti ad aprirgli il passo.

      – È vero, ma i malesi sono lesti di mano ed il curioso non farebbe dieci passi in mezzo alla folla senza ricevere un buon colpo di kriss.

      – Che gli spagnuoli abbiano sospettato il nostro ritorno?

      – Lo temo, Romero, ma quando vorranno prenderci, noi saremo lontani. Binondo non è la Ciudad.

      – Ma dove mi conduci ora?…

      – Lo saprai presto.

      – A mezzanotte devo essere libero.

      – Lo sarai, – disse il chinese

      Poi, dopo alcuni istanti di silenzio riprese:

      – È la fanciulla bruna che t’aspetta, è vero?…

      – Sí.

      – L’avevo indovinato. Bada che il maggiore d’Alcazar non è piú dinanzi a Cavite, ma qui!

      – Lo so, – riprese il meticcio, con un sospiro.

      – Il padre della fanciulla ti odia, Romero.

      – Lo so.

      – Forse ti tenderà un agguato per privare l’insurrezione del tuo braccio.

      – Non conosci Teresita d’Alcazar, Hang-Tu.

      – Non sarà lei che ti prepara il tradimento, ma… si sospetta che tu sia qui, ed il maggiore è un uomo che non dorme con due occhi chiusi.

      – Sarò armato.

      – Vuoi un consiglio, Romero?… Parti senza rivederla. Cosa potrebbe dirti?… Che ti vuol bene?… Lo sai o almeno lo credi…

      – Taci, Hang, – disse il meticcio con voce minacciosa. – Tu non hai il diritto di ferirmi il cuore.

      – No, ma l’amico affezionato ha il dovere di vegliare su di te.

      – Ancora dei dubbi?…

      – No, ma temo l’affetto di quella fanciulla.

      – Ho giurato.

      – Lo vedremo fra poco.

      – Cosa vuoi dire?…

      – Pensavo alle stranezze del destino.

      – Non ti comprendo, Hang.

      – Non importa: affrettiamoci, Romero. Ci attendono.

      – Chi?…

      – I patriotti.

      Il chinese aveva affrettato il passo, inoltrandosi nelle viuzze interne di Binondo, abitate quasi esclusivamente dalle numerose colonie di chinesi e malesi di Manilla, viuzze fetide, fangose, sfondate e oscure anche in pieno meriggio, tanto sono strette.

      Case, casette ed anche semplici capanne di paglia e di fango, ma tutte coi tetti arcuati e sormontati dalle banderuole o dei draghi cigolanti sugli arrugginiti sostegni, le une addossate alle altre, e senza ordine.

      Essendo il sole già prossimo al tramonto, dinanzi a quelle abitazioni era stata già accesa qualcuna di quelle monumentali lanterne di carta oliata, che spandono quella luce scialba, malinconica, tanto cara ai coduti figli del Celeste Impero.

      Hang-Tu percorse rapidamente parecchie stradicciuole che erano deserte e s’arrestò dinanzi ad una casa d’aspetto tetro, colle pareti screpolate, colle arcate dei tetti minaccianti rovina, colle invetriate delle piccole finestre formate di conchiglie semitrasparenti tagliate a quadretti e fissate su di un telaio di legno.

      Sulla porta, semi-nascosta da un basso muricciuolo, destinato, secondo le credenze dei chinesi, ad impedire l’entrata agli spiriti maligni, si vedevano delle figure malamente disegnate e peggio dipinte, rappresentanti le tre incarnazioni del filosofo chinese Lao-Tse, sormontate da due sentenze scritte su carta incollata e che volevano dire:

      «Dirimpetto a me possa sorgere la ricchezza».

      E l’altra:

      «Possano i favori del Tien (cielo) scendere su questa porta».

      Hang-Tu si volse verso il meticcio, dicendogli:

      – Ci siamo.

      – Ma dove? – chiese Romero, con una certa ansietà.

      – Dove ci aspettano.

      Gettò un rapido sguardo sulla viuzza a malapena rischiarata da una lanterna che ardeva sull’angolo d’una casa, poi accostò le dita alle labbra, mandando tre fischi acuti.

      Un istante dopo, la porta della casa d’aspetto sinistro s’apriva senza far rumore ed un chinese di statura quasi gigantesca, con un cappello di fibre di rotang sul capo ed una lunga casacca di tela azzurra, stretta alla cintura da una larga fascia sostenente due rivoltelle, comparve, dicendo:

      – Eccomi, Hang-Tu.

      – I figli del Lotus bianco e del Giglio d’acqua sono pronti?…

      – Sí, Hang.

      – Siamo sicuri?…

      – Vi sono sessanta uomini disseminati nel quartiere. Nessun bianco potrà avvicinarsi senza essere scorto e pugnalato.

      – è necessario che si vegli attentamente, poiché conduco con me l’uomo atteso.

      – Manderemo altri venti uomini nel quartiere malese.

      – Va bene.

      Hang-Tu prese Romero per una mano, attraversò la porta girando il muricciuolo e s’inoltrò in un corridoio tortuoso ed oscuro, ma procedendo speditamente, senza esitazioni, come un uomo che già conosce la via.

      Dopo d’aver disceso parecchi gradini, introdusse il meticcio in un salotto privo di