Emilio Salgari

Una sfida al Polo


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e abbandonerei gli occhi azzurri ed i capelli biondi a quell'ippopotamo di yankee.

      A Parigi troverei facilmente altre donne che mi consolerebbero e che me la farebbero dimenticare ben presto.

      — È troppo tardi, — rispose il signor di Montcalm. — Tutti gli sportmen degli Stati dell'Unione e del Canadà tengono gli occhi fissi su di noi, e se io abbandonassi la partita, proprio ora, non ci farei una bella figura, mio caro maestro. Si potrebbe dire che io mi sono ritirato per tema di prendermi un'altra coltellata o di ritentare qualche altra prova.

      No, mai!...

      — Eppure quell'americana, come moglie, mi farebbe paura. Quella non è una donna, è una diavolessa. —

      Il signor di Montcalm stava per dare qualche risposta, quando si udirono delle porte ad aprirsi e poi si vide entrare mister Patterson seguìto da un omiciattolo rotondo come una palla, con due gigantesche basette che gli scendevano fino alle spalle e gli occhi nascosti da un paio d'occhiali montati in oro.

      — Ecco il dottore, — disse il maestro americano. — Come va mister Torpon?

      — Non è ancora tornato in sè, — rispose Hill.

      — Occupatevi prima del vostro allievo, — disse il signor di Montcalm. — Come vedete, non sto troppo male e posso attendere il turno.

      — E me ne congratulo con voi, signore, — disse Patterson. — Che fibre!... Dottore, passiamo nell'altra stanza. —

      L'omiciattolo gettò su una sedia il lucente cilindro ed il soprabito, lanciò sul canadese un rapido sguardo facendo un gesto incomprensibile, e seguì il maestro americano.

      — Forse credeva di trovare dei moribondi, — disse mister Hill, ridendo, — mentre ne trova uno che sta chiacchierando tranquillamente.

      Non abusate però delle vostre forze e della vostra straordinaria energia, signor di Montcalm. La febbre sopraggiungerà e quella brutta bestia talvolta giuoca dei pessimi tiri.

      Cacciatevi sotto e aspettiamo quella boccia di carne vivente. —

      La visita a mister Torpon durò una mezz'ora.

      — Tutto bene, — disse Patterson, entrando nella stanza del canadese, seguìto dal dottore. — È stato un buon colpo di coltello che per un caso miracoloso non ha prodotto conseguenze troppo gravi.

      Fra una settimana mister Torpon sarà in piedi.

      — Il destino non ci voleva morti, — rispose il signor di Montcalm. — Speriamo che un giorno finisca di stancarsi. —

      Il medico visitò la sua ferita, e non potè far a meno di manifestare il suo stupore nel constatare che era stata prodotta nel medesimo punto dell'altra e con eguale poca gravità.

      — È strano, — mormorava, mentre, dopo d'aver dato alcuni punti e di averla disinfettata, la fasciava. — È strano. Due colpi di coltello identici. Ciò succede di rado. Bah!... Fra otto giorni anche voi, signore, sarete perfettamente guarito.

      ················

      L'omiciattolo non si era ingannato nelle sue previsioni, poichè otto giorni dopo mister Torpon ed il signor di Montcalm si trovavano seduti, insieme ai due maestri di boxe, i quali non li avevano lasciati, dinanzi alla stessa tavola che aveva servito loro pel terribile brindisi augurante la morte o all'uno od all'altro.

      La loro guarigione era stata rapidissima, mercè le cure assidue del bravo dottore e sopratutto mercè la loro robusta fibra.

      Le ferite si erano perfettamente cicatrizzate quasi nello stesso tempo ed i due valentuomini pareva, almeno apparentemente, che non si fossero serbati alcun rancore per quei due colpi di coltello che ancora una volta li avevano pareggiati nelle loro sfide.

      Una splendida colazione era stata ordinata questa volta dal canadese e tutti vi si erano attaccati con grande appetito, inaffiandola coi migliori vini di Francia e anche d'Italia.

      Già avevano sorbito il caffè, quando il canadese, dopo di aver acceso un londres e di essersi rovesciato sulla sedia, disse:

      — Mister Torpon, che cosa pensate ora di fare? Di continuare la nostra lotta o di rinunciare alla mano di miss Perkins?

      Mi pare che le abbiamo provate tutte e sempre senza vantaggio nè per voi, nè per me. —

      L'americano che stava assaporando il fumo profumato d'un grosso cuba, guardò il canadese con vivo stupore.

      — Che cosa dite mai, signor di Montcalm!... — esclamò. — Io rinunciare agli occhi azzurri ed ai capelli biondi di quella deliziosa miss? Da quando in qua un yankee rinuncia alla lotta? Anche se caduto si rialza subito, se il diavolo non l'ha portato via, e più deciso che mai.

      Ah!... Su questo terreno, mio caro signore, non c'intenderemo mai.

      Se voi volete rinunciare, siete padronissimo di farlo, ma io rimarrò fermo ed incrollabile come la statua della Libertà che illumina la baia di New-York.

      Mi avete capito?

      — Perfettamente, mister Torpon, — rispose il canadese.

      — Sareste voi deciso allora a ritirarvi?

      — Io? Oh!... Rimarrò fermo come la enorme calotta di ghiaccio che si addensa intorno al polo nord.

      — Allora noi continueremo a disputarci miss Perkins.

      — Certo.

      — Suggeritemi ora in quale modo. Come avete veduto, anche i coltelli si rifiutano di dare ad uno di noi una tale supremazia sull'altro da soddisfare la miss.

      — Tentiamo una cosa, mister.

      — Dite.

      — Voi avete fatto venire la vostra automobile?

      — Sì, perchè desidero tornarmene a Buffalo.

      — Andiamo invece ad Albany a trovare miss Perkins e chiediamo a lei un consiglio.

      — Volevo proporvelo anch'io.

      — Speriamo che ci dica quale sfida possiamo ormai tentare. Certe volte dai cervelli delle donne escono delle buone idee.

      — Specialmente dalle donne sportiste, — disse Hall, ironicamente.

      — Ne sanno trovare più delle altre, — rispose Torpon, seriamente. — Signori, non perdiamo altro tempo.

      Il mio pilota è stato già avvertito di tenersi pronto. —

      Saldarono il conto, un po' salato, poichè durante quegli otto giorni avevano tenuto sempre a loro disposizione l'appartamento dell'ultimo piano, diedero ai servi negri una generosa mancia ed uscirono.

      Dinanzi all'hôtel russava una bellissima automobile tutto dipinta in grigio, della forza di sessanta cavalli, guidata da un giovane meccanico asciutto come un'aringa e dagli occhi nerissimi e vivaci.

      I quattro uomini si accomodarono sui soffici cuscini e la macchina prese lo slancio, filando a grande velocità attraverso le vie di Oswego.

      Cinque minuti dopo marciava già attraverso la campagna coperta di uno strato piuttosto alto di neve, dirigendosi verso il sud-est.

      Quantunque le strade americane siano generalmente pessime e si prestino ben poco alle lunghe e fulminee volate delle automobili, specialmente quando cominciano i primi geli, cinque ore più tardi l'automobile di mister Torpon entrava nella bella e popolosa Albany, una delle più graziose dell'America del nord, e si arrestava dinanzi ad un villino d'architettura prettamente italiana, semi-circondato da uno spazioso giardino nel cui centro s'apriva una vasta cinta.

      Erano appena suonate le due, quindi miss Perkins doveva trovarsi ancora in casa.

      Avevano appena condotta l'automobile in un piccolo e grazioso garage che s'alzava a fianco della pista, entro