Emilio Salgari

Una sfida al Polo


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un grosso sigaro, essendo la cena ormai terminata, e si fece condurre nel gabinetto del proprietario, il quale stava seduto dinanzi ad una monumentale cassa-forte, tutto immerso nella lettura d'una copia del New-York Herald.

      — Mister, — gli disse senza preamboli Torpon, — è libero tutto l'ultimo piano del vostro hôtel?

      — Disgraziatamente sì, mio gentleman, — rispose l'albergatore, il quale avendo riconosciuto subito il personaggio che aveva ordinata quella cena luculliana e costosissima, era diventato subito molto amabile. — La stagione è cattiva e gli affari non prosperano al principio dell'inverno e....

      — Vorreste affittarlo tutto a me per quarantotto ore?

      — Tutto!... Vi sono trenta stanze ed una sala lassù, mio gentleman.

      — Non importa: fissate il prezzo. Io non ho l'abitudine di lesinare. —

      L'albergatore si lisciò due o tre volte la sua barba da becco e guardò con sorpresa il suo compatriotta.

      — Ma.... ditemi, aspettate molti altri amici forse?

      — Niente affatto. Non siamo che noi quattro.

      — E che cosa vorreste fare di tante stanze?

      — Avete mai assistito a nessuna seduta di spiritismo?

      — Io no: lascio in pace le anime dei trapassati. Già non verrebbero qui nè a mangiare, nè a bere, nè tanto meno a lasciarmi dei dollari.

      — Bene, si vede che siete un uomo pratico e mi congratulo con voi, — disse Torpon, un po' ironicamente. — Dunque io affitto tutto l'ultimo piano del vostro hôtel per eseguire una serie di esperimenti, avendo condotto con me un medium d'una potenza straordinaria, già ammirato perfino dal nostro presidente.

      Siccome gli spiriti non vogliono essere disturbati, voi mi darete la vostra parola d'onore di lasciarci assolutamente tranquilli. Quanto?

      — Cinquecento dollari.

      — Siete ancora onesto. —

      Levò dal suo portafoglio una manata di biglietti di grosso taglio, contò la cifra, riaccese il sigaro e raggiunse il canadese ed il secondo partner, i quali chiacchieravano tranquillamente sottovoce, facendo di quando in quando girare la bottiglia di champagne immersa fino al collo in un vaso pieno di ghiaccio.

      — È fatto, — disse. — Per quarant'otto ore noi saremo liberi di gettare anche all'aria tutte le trenta stanze.

      — E di scannarci con tutto il nostro comodo, — aggiunse il canadese, beffardamente.

      In quell'istante il partner che era uscito per acquistare le armi entrò, portando un pacco.

      — Marca di casa celebre, lame solide e capaci di troncare, con un colpo solo, la spina dorsale ad un bisonte, — disse.

      — Sturiamo, — disse il canadese, traendo dal recipiente gelato la bottiglia di champagne. — Chissà che a qualcuno, questo vino maturato nelle terre che videro nascere i miei avi, non porti fortuna. —

      Torpon aveva aggrottata la fronte.

      — By-good!... — esclamò. — È vino di Francia, e voi siete un discendente di quel popolo. Che porti sfortuna a me?

      — Sareste superstizioso, mister Torpon? — chiese il canadese.

      — Eh!... Qualche volta non si può far a meno di esserlo.

      — Allora dopo lo champagne berremo un bicchierino di wisky, il liquore americano per eccellenza.

      — Accettato, signor di Montcalm. Così saremo pari. —

      La bottiglia fu sturata e le tazze furono riempite.

      — Ai begli occhi di miss Ellen, prima di tutto, — disse il yankee.

      — Alla solidità ed al filo della mia lama, — disse invece il canadese.

      — Sareste feroce come un antropofago, signor di Montcalm? — chiese il yankee.

      — Può darsi, — rispose asciuttamente il canadese, e vuotò d'un colpo il bicchiere.

      Vi erano sulla tavola parecchie bottiglie di liquori. Ne prese una di wisky, la fece sturare e ne versò a tutti, dicendo:

      — Bevo al felice viaggio dell'uomo che domani sarà morto.

      — Come siete funebre, signor di Montcalm, — disse mister Torpon, il quale si era sentito correre per le ossa un brivido gelato.

      — È un brindisi come un altro. —

      Si erano alzati. I due rivali sembravano tranquillissimi; i due partners invece, quantunque abituati a vedere degli uomini fracassarsi reciprocamente i corpi e le teste a gran colpi di pugno, erano pallidissimi.

      Ad una chiamata del yankee un servo negro che reggeva un doppio candelabro d'argento, era accorso.

      — All'ultimo piano, — disse il canadese.

      Attraversarono la sala, entrarono nell'ascensore ed in un momento si trovarono in alto.

      Il negro accese le lampade elettriche e fece percorrere, ai quattro uomini, tutte le trenta stanze, introducendoli per ultimo in una vasta sala, lunga una quindicina di metri e larga non meno di dieci, il cui pavimento era coperto da un gigantesco tappeto. Non vi era che un solo mobile: un pianoforte.

      — Qui? — chiese sottovoce l'americano al canadese.

      — Sì, — rispose questi.

      — Puoi andartene, — disse il primo al negro. — Sopratutto che nessuno ci disturbi anche se succede un po' di fracasso.

      Gli spiriti qualche volta si divertono a fare un po' di chiasso. —

      Il negro sgranò i suoi grandi occhi di porcellana e scappò via come se avesse il diavolo alle spalle, chiudendo dietro di sè le porte.

      — Le armi? — chiese brevemente il canadese quando furono soli.

      Il partner che teneva il pacco ruppe le corde e mostrò due magnifici bowie-knife, lunghi un buon piede e larghi due pollici, affilati come rasoi ed assai acuminati.

      La luce proiettata dalle lampade elettriche raggruppate in mezzo alla sala, riflettendosi sul lucidissimo acciaio, proiettò negli occhi dei quattro uomini un lampo impressionante, tale da farli rabbrividire.

      — Buone armi, — disse il canadese, affettando una certa calma. — Queste sono ottime per la caccia dei caribon: un buon colpo nella spalla e si è sicuri di raggiungere il cuore.

      — Ed anche per spaccare la spina dorsale ai nostri giganteschi bisonti del Far-West, — disse mister Torpon, il quale non voleva tenersi indietro.

      Fra i quattro uomini regnò un breve silenzio, poi il signor di Montcalm, il quale aveva prontamente riacquistato il suo sangue freddo e tutta la sua audacia, riprese:

      — Mister Torpon, lascio a voi la scelta dell'arma. Quale preferite, quantunque mi sembrino perfettamente eguali?

      — V'ingannate, signor di Montcalm, — disse il yankee, — perchè sul manico d'uno vedo impresse tre stelle mentre sull'altro non ve ne sono che due e può essere quella protettrice che manca.

      — Ah!... Il superstizioso!...

      — La sorte, — dissero i due partners.

      — Sia, — risposero ad una voce i due rivali.

      Il maestro di boxe dell'americano chiuse nel pugno un cent, mise le braccia dietro il dorso facendole girare più volte, poi le tese innanzi ai due rivali dicendo:

      — Il pugno pieno per le tre stelle, il vuoto per le due. Il pieno per la porta di destra l'altro per quella di sinistra. —

      La