Emilio Salgari

Il figlio del Corsaro Rosso


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che la via era deserta, l’attraversarono senza far rumore e si avviarono verso il palazzo dei Montelimar che si trovava a breve distanza. Il conte, invece di avvicinarsi al portone, girò intorno al magnifico giardino, cinto da una cancellata di ferro che si prolungava lungo i fianchi del fabbricato. Guardò in alto e scorse due finestre illuminate.

      – Sono ancora svegliati – mormorò.

      Ad un tratto trasalí.

      Delle note dolcissime, che uscivano dalle due finestre che non erano chiuse, l’avevano colpito.

      Qualcuno suonava il mandolino nel palazzo. Chi? Un servo od una cameriera, no, di certo. Non l’avrebbero osato, se la marchesa si fosse già coricata.

      – Che sia lei? – si disse.

      Si volse verso i due marinai, i quali avevano sguainate le lunghe spade per premunirsi contro una possibile sorpresa, e disse loro:

      – Dobbiamo superare la cancellata.

      – Un gioco da fanciulli per dei marinai – rispose Mendoza.

      – Montiamo all’arrembaggio – disse Martin.

      Il conte s’aggrappò alle sbarre, le salí fino alla cima, lesto come uno scoiattolo, varcò le punte e si lasciò cadere dall’altra parte, in mezzo ad un’aiuola di splendidi fiori. I due marinai erano saltati nel giardino, quasi nello stesso tempo.

      – Oh! c’è da battagliare, qui? – chiese Mendoza.

      – Lascia in pace la tua spada, per ora – rispose il conte di Ventimiglia.

      – Vedremo piú tardi se vi sarà bisogno di un po’ di buon acciaio. Seguitemi senza rumore.

      Attraversarono il giardino, cercando di non fare scricchiolare la ghiaia dei viali, e giunsero sotto le finestre illuminate.

      Il mandolino continuava a suonare una dolcissima signadilla.

      – Non può essere che la marchesa – mormorò il conte. – Questa signadilla è stata suonata stasera durante la festa, e cerca d’imitarla… Che io abbia tanta fortuna?

      Un gigantesco bombax, alto una trentina di metri, col tronco coperto di bitorzoli spinosi, s’alzava di fianco al palazzo, spingendo i suoi rami quasi presso alle finestre illuminate e anche piú sopra.

      – Ecco quello che mi occorreva – mormorò il conte. – Rimanete qui e non state in pensiero. La mia assenza non sarà lunga.

      S’aggrappò con precauzione ai bitorzoli, per non ferirsi le mani, e cominciò a salire, mentre Mendoza e Martin si sdraiavano alla base del tronco, nascondendosi quasi interamente tra le alte erbe che vi crescevano intorno.

      Bastarono pochi secondi al robusto e agilissimo gentiluomo per raggiungere il grosso ramo che rasentava una delle due finestre illuminate.

      Guardò attraverso i vetri socchiusi.

      La finestra prospettava su un elegante gabinetto dalle pareti coperte di arazzi di Granata e ammobiliato elegantemente, quantunque tutti i mobili fossero pesantissimi, come si usava in quell’epoca.

      Un lampadario d’argento, con parecchie candele, lo illuminava vivamente.

      Non vi era però alcuna persona; tuttavia la mandola non aveva cessato di suonare.

      Una cosa colpí subito il giovane conte. Era la veste di seta guernita di smeraldi, che la marchesa aveva indossata durante la festa, e che era stata gettata su un piccolo divano moresco scintillante di ricami d’oro e d’argento.

      Stava per spiccare il salto, quando udí Mendoza chiedere:

      – Chi vive?

      Una voce, che il conte riconobbe subito, rispose:

      – A voi lo domando: che cosa fate qui, bricconi?

      – A noi, bricconi! – gridò Martin.

      – Il conte di Sant’Iago! – mormorò il figlio del Corsaro Rosso, stringendo i denti.

      Non trovandosi che ad un’altezza di quattro metri, l’agile giovane si lasciò cadere dalla pianta. Mendoza e Martin stavano già con le spade in pugno di fronte al capitano degli alabardieri, il quale aveva pure sguainata la sua lama.

      – To’! – esclamò il signor di Sant’Iago con voce beffarda. – Il Conte de Miranda che cade dall’alto! Siete andato a far provvista di frutti di bombax? Vi avverto che non sono mangiabili e servono soltanto a fare un pessimo cotone.

      – E voi siete venuto qui a fare raccolta di fiori, non è vero? chiese il conte di Ventimiglia, rosso di collera.

      – Può anche darsi; ma almeno io li raccolgo in terra, mentre voi cercate i frutti presso le finestre, senza pensare che se vi scivola un piede potreste rimanere zoppo tutta la vita; un vero peccato per un cosí bel giovane!

      – Mi pare che voi scherziate – disse il conte di Ventimiglia.

      – E se cosí fosse? – chiese il capitano.

      – Penso che questo non sarebbe il posto. Lassú le finestre sono illuminate e mi spiacerebbe che ci vedessero.

      – La marchesa di Montelimar? – chiese il capitano ironicamente. – Se quella signora può impressionarvi, possiamo cercare altrove un posto dove nessuno venga a disturbarci. Oh, lo conosco questo giardino e so anche dove si trova un bellissimo prato che sembra stato preparato appositamente per incrociare due spade!

      – È una sfida che voi mi lanciate?

      – Prendetela come volete; a me importa poco.

      – Dov’è quel prato? – chiese il conte di Ventimiglia con ira…

      – Fretta di morire?

      – Sono ancora vivo, signor di Sant’Iago; e se la vostra mano è lesta, la mia lo è altrettanto.

      – Cosí l’accordo sarà perfetto – rispose il capitano sempre ironico. – Vi avverto però che io la scorsa settimana spacciai un rivale che mi dava noia.

      – Me lo avete già detto, e ciò non produce su di me alcun effetto. Ho battuto piú d’un capitano, ed erano spagnuoli come voi!

      – Che cosa avete detto? – chiese il conte.

      Il figlio del Corsaro Rosso si morse le labbra, irato di essersi lasciato sfuggire quelle parole.

      – Signor conte, – disse il capitano – volete seguirmi fino a quel prato? Là potremo discorrere tranquillamente e anche divertirci.

      – Eccomi! – disse il figlio del Corsaro Rosso.

      – E quegli uomini? – chiese il signor di Sant’Iago, indicando Mendoza e Martin. – Non daranno qualche impiccio, se non a voi, almeno a me?

      – Qualunque cosa debba succedere, questi miei marinai non daranno fastidio a nessuno; vi do la mia parola d’onore.

      – Mi basta: venite, signori. Forse serviranno a qualche cosa – aggiunse poi col suo solito accento beffardo.

      Il capitano si cacciò sotto un boschetto di palme, lo attraversò sempre seguito dal Corsaro e dai due marinai, e sbucò in una piccola prateria coperta da un’erba piuttosto folta e circondata da ogni parte da splendidi palmizi.

      – Ecco un bel posto per parlare liberamente – disse volgendosi verso il conte di Ventimiglia.

      – E anche per uccidersi senza che nessuno intervenga, non è vero, capitano? – chiese il figlio del Corsaro Rosso.

      Il conte di Ventimiglia incrociò le braccia e, guardando il conte di Sant’Iago il quale si era esposto ai raggi della luna che allora sorgeva, gli chiese con voce secca:

      – Che cosa volete ora? Ditemelo subito, perché ho molta fretta.

      – Carrai! Correte molto presto incontro alla morte, voi!

      – Caramba! Pare che voi vi siate dimenticato d’una cosa, signor capitano!

      – Volete