Emilio Salgari

Il tesoro della montagna azzurra


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cominciava a tingersi di strane luci prodotte senza dubbio da lampi intensissimi, che davano alle onde un aspetto livido, i grossi williwawns cominciarono a giungere, scendendo con furia dalle montagne della Nuova Caledonia. Si annunciavano con una specie di fremito sonoro che ingigantiva rapidamente fino a diventare un lungo ruggito, poi s’abbattevano sull’oceano, schiacciando di colpo i cavalloni che, passato quel soffio poderoso, infuriavano con maggior furore, come per vendicarsi di essere stati per un momento sopraffatti. Chi ne risentiva era l’Andalusia. Quantunque fosse stato fabbricato a prova di scoglio, il povero veliero subiva dei salti terribili. Si alzava sulle creste come una baleniera vuota, tanto era equilibrato il suo carico, tuffando le altissime cime della sua alberatura negli strati inferiori dell’immensa nuvola nera, poi piombava nei baratri con una velocità così fulminea da pare non una discesa, ma una vera caduta, e tale era la sensazione che provava l’intero equipaggio. E non c’era da stupirsene, poiché le ondate più gigantesche non si incontrano che nell’oceano Pacifico. In nessun altro luogo del mondo, nemmeno nei pressi del Capo di Buona Speranza o delle coste meridionali dall’Australia, le tempeste sono così tremende come quelle che si abbattono sulle coste della Nuova Caledonia.

      In quei paraggi i venti raggiungono una velocità spaventosa e non hanno una direzione costante, poiché soffiano da tutti i punti dell’orizzonte. Quando cominciano la ridda è un vero disastro per quei disgraziati abitanti, perché sollevano o sfondano le capanne, abbattono le piante più colossali e, cosa strana, inaridiscono la maggior parte dei rami degli alberi, compromettendo gravemente i raccolti dell’annata. A un tratto però, con grande stupore dell’equipaggio, ma non del capitano, si manifestò una calma improvvisa. Le raffiche, poco prima furiose, erano cessate improvvisamente e non si udivano più che i cupi muggiti delle onde e il rumoreggiare del tuono dentro la grande nube nera. Pedro, non meno sorpreso degli altri per quello strano cambiamento, aveva lasciato il castello di prora raggiungendo don Josè che si trovava sempre sul casseretto col bosmano.

      – Che cosa avviene, signor Ulloa? – chiese. – Questa calma improvvisa mi fa più paura di cento colpi di vento.

      – Avete ragione, don Pedro, – rispose il capitano la cui fronte si era oscurata. – Fortunatamente conosco troppo bene questi mari per lasciarmi ingannare. Un altro forse ne approfitterebbe per spiegare un po’ di tela e fuggire: io non commetterò una simile imprudenza. Questo è il tradimento del vento… A quanto è sceso il barometro?

      – A settecentodiciotto, – rispose uno dei timonieri che usciva in quel momento dal quadro.

      – È terribile, – disse il capitano. – Altro che calma!

      Cominciava a piovere, o meglio a diluviare, e la gran nube si spezzava mostrando qua e là qualche stella. Non era pioggia, era un vero turbine d’acqua che si rovesciava sull’Andalusia. Gli ombrinali non bastavano a sfogarla quantunque ce ne fosse un buon numero sotto le murate. Qualunque altro, non pratico di quei luoghi, si sarebbe convinto che la bufera stava per finire. Persino la luna cominciava a far capolino fra gli strappi del nuvolone. Le preoccupazioni di don Josè e anche del bosmano invece aumentavano. L’Andalusia era rimasta quasi immobile, perché non soffiava più il vento. Solo le onde sempre altissime, la scuotevano fortemente, percotendone, con furia e scrosci assordanti, i solidi fianchi. A bordo tutti tacevano, come se avessero avuto paura che l’eco delle loro voci turbasse quella calma. D’improvviso la voce squillante di don Josè si fece sentire, dominando per un momento i fragori dell’Oceano.

      – Attenti al salto di vento! Giù tutti i fiocchi!

      Aveva appena pronunciate quelle parole, quando l’equipaggio vide la nube raccogliere, con rapidità fantastica, i suoi lembi e ripiegarsi come su se stessa, mentre lampi sinistri, quasi ininterrotti, guizzavano in tutte le direzioni, illuminando la notte di riflessi lividi. Quasi subito si udì in lontananza un rumore strano, stridente, che s’avvicinava con spaventosa rapidità. Era la grande raffica che piombava sull’Andalusia. I marinai avevano calati i fiocchi, appena in tempo. La terribile folata di vento s’abbatté con mille urla sulla nave scotendola come una piuma. I quattro alberi, quantunque solo il trinchetto avesse le due vele basse, si piegarono scricchiolando sotto l’immane urto, spezzando qualche sartia e qualche paterazzo, però, contrariamente alle previsioni di tutti, ressero all’impeto del ciclone. Le vele di trinchetto e di parrocchetto furono tuttavia sventrate di colpo e i loro lembi scomparvero lontano come grossi gabbiani.

      – Issate una vela! – urlò don Josè.

      L’Andalusia, che non aveva più alcuna stabilità, rollava e beccheggiava spaventosamente; guai se la zavorra si fosse spostata! Fortunatamente si componeva, invece di sabbia, di grosse piastre di ghisa, sovrapposte in modo da non potersi muovere. Don Pedro, pallido, si era accostato al capitano.

      – Che il tesoro del vecchio capo dei kanaki se ne vada? – gli chiese, non senza una certa emozione.

      – Speriamo di no, – rispose don Josè.

      – Che cosa succederà ora?

      – Solo Dio lo sa, don Pedro.

      – Dubito di poter raccogliere quella famosa eredità.

      – Eh! I cicloni non ragionano!

      – Quanto tempo dovremo impiegare per arrivare alla baia?

      – Chi può dirlo? Possiamo venir cacciati molto al largo.

      – Quale fortuna per don Ramirez!

      – Non occupatevi di costui in questo momento. Il tesoro della Montagna Azzurra non è ancora in sua mano.

      – E se fosse già arrivato?

      Il capitano non rispose. Guardava attentamente l’oceano che si spianava dinanzi a alla nave.

      – Valgame Dios! – mormorò, torcendosi nervosamente i baffi. – Sta formandosi, ne sono sicuro.

      – Che cosa, don Josè?

      – Una tromba, – rispose il capitano con voce rauca. – Guardate là, dinanzi a noi, dove le onde invece d’alzarsi si abbassano. Questa brutta sorpresa non me l’aspettavo. Poi alzando la voce comandò:

      – Il cannone dei segnali in coperta. Presto, caricatelo!

      A duecento passi dall’Andalusia l’acqua cominciava a girare vorticosamente come se il mare fosse agitato da una convulsione interna. Era la tromba marina che stava formandosi.

      II. IL TESORO DELLA MONTAGNA AZZURRA

      Sette settimane prima degli avvenimenti narrati, durante una mattinata limpida e tranquilla, un giovane, accompagnato da una bellissima ragazza, saliva a bordo dell’Andalusia, che era ancorata al Callao in attesa di trovare qualche carico per i porti della Cina o del Giappone, chiedendo di parlare subito al capitano Josè Ulloa, proprietario della splendida goletta che formava l’ammirazione di tutti i marinai della costa cilena. Erano Pedro de Belgrano e sua sorella Mina, figli di uno dei più noti armatori e uomini di mare di Valparaiso, scomparso misteriosamente quattro anni prima nell’oceano Pacifico, dopo aver accumulato un bel patrimonio per i suoi eredi. Don Josè Ulloa stava fumando in quel momento la pipa nel salotto del quadro, seduto davanti ad una bottiglia di vecchia caña, e contava di finirla prima di sera. Quando seppe dal mozzo di bordo, che c’era anche una señorita insieme al giovane sconosciuto, aveva dato ordine di farli subito scendere nel quadro e di preparare un buon caffè. Don Pedro e Mina erano, piuttosto esitanti, entrati nel comodo salottino del comandante, accolti con quella ruvida ma franca cordialità degli uomini di mare.

      – Consideratevi come a casa vostra… – disse don Josè alzandosi. – E voi, señorita, fatemi l’onore di accomodarvi.

      – Siete don Josè Ulloa, vero? – chiese subito il giovane.

      – In persona, señor

      – Allora voi ci conoscete?

      Il lupo di mare guardò attentamente il giovane, poi la señorita, quindi scosse il capo.

      – Non mi pare di avervi mai visto – disse – E poi tocco il Callao così di rado, poiché la mia nave