Emilio Salgari

Il tesoro della montagna azzurra


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le scialuppe?

      – Il mare se l’è portate via tutte, a quanto pare, poiché non ne vedo neppure una appesa ai paranchi.

      – E dovremo rimanere qui aspettando che qualcuno venga a raccoglierci? Sarebbe la perdita del tesoro, poiché don Ramirez nel frattempo ne approfitterebbe per rubarmelo.

      – Se si trova, come vi ho detto, in questi paraggi, la bufera avrà investito anche la sua nave, – rispose il capitano. – E poi il vostro caso mi ha troppo interessato perché io mi rassegni ad attendere qui un soccorso molto problematico. Le navi non osano spingersi fino qui, non avendo commerci da queste parti. Mil Diables! Non troverebbero da imbarcare che degli antropofagi pronti a divorare, con un appetito straordinario, i loro equipaggi.

      – Ma se non abbiamo più imbarcazioni!…

      – Eh, il legname non manca qui, don Pedro, e una zattera si può costruire a mare tranquillo! Aspettiamo: i salti di vento pare che siano cessati. Gli uragani che devastano queste regioni sono terribili, però la loro durata, ordinariamente, è breve.

      Il capitano Ulloa non si sbagliava. Spezzatasi la tromba e cessate le raffiche, il mare si calmò rapidamente. L’ondulazione era sempre fortissima intorno all’ostacolo che aveva arrestato l’Andalusia, che doveva essere qualche scoglio corallifero ancora in formazione, però anche quella non doveva tardare a finire. I cavalloni non si facevano più sentire. Dovevano essersi allontanati verso ponente, sospinti dalle ultime raffiche che li cacciavano verso le coste australiane. Tre ore dopo, mentre il sole sorgeva maestoso, anche la forte ondulazione cessava, lasciando vedere una serie di scoglietti aguzzi, di natura corallifera, che si stendevano a forma di semicerchio intorno all’Andalusia.

      – Me l’ero immaginato, – disse il capitano a don Pedro, dopo aver fatto il giro della nave, osservando attentamente la scogliera. – Eppure questi frangenti che devono aver sventrata l’Andalusia, ci hanno forse salvata la vita.

      – Lo credete, capitano? – chiese il giovane.

      – Se la tromba non si fosse spezzata contro questo ostacolo avrebbe continuato la sua corsa vertiginosa senza lasciarci e avremmo finito per fare un gran tuffo in fondo all’oceano.

      – Non ci troviamo però in troppo buone condizioni.

      – Meglio vivi che morti…– rispose il capitano. – Venite don Pedro, e anche tu bosmano. Andiamo a vedere che specie di ferita hanno prodotto queste scogliere alla mia povera nave. Credo che nessun chirurgo potrebbe cucirla.

      La visita alla stiva non durò che pochi minuti, poiché l’acqua era entrata in così gran quantità dagli squarci apertisi nella chiglia, da raggiungere il frapponte. Sarebbero occorse due pompe a vapore per svuotarla, e poi a che cosa avrebbe servito? Non c’erano cantieri, in quel tempo, sulle isole del Pacifico.

      – L’Andalusia ha terminata la sua carriera, – disse il capitano, quando risalì in coperta, ai marinai che si erano raccolti intorno al boccaporto maestro e che l’aspettavano con angoscia.

      – Tutto finito? – chiesero.

      – La nave è piena d’acqua e la carena deve essersi spezzata in vari punti. Non c’è più nulla da fare su questo rottame.

      – Lo hanno accoltellato, – aggiunse il bosmano, che non sembrava molto impressionato per quel disastro.

      – E ora, capitano? – chiese Mina che si trovava tra i presenti.

      – Costruiremo una zattera e fileremo verso Bualabea, – rispose il capitano. – Cento miglia non ci spaventeranno e fra tre giorni potremo salutare la Costa della Nuova Caledonia e metterci in cerca dei Krahoa della Montagna Azzurra, señorita.

      – E se ci cogliesse una nuova tempesta? – chiese don Pedro.

      – Penserà Dio a levarci, per la seconda volta, d’impiccio e mandarci… – si interruppe bruscamente, e battendosi la fronte: – Reton! – esclamò.

      – Ebbene, che cosa c’è ancora di nuovo? – domandò il bosmano.

      – L’acqua non avrà invaso il deposito dei viveri?

      Una imprecazione sfuggì dalle labbra del marinaio.

      – Mil diables!

      Poi si slanciò come un pazzo verso il boccaporto di poppa scendendo a precipizio la scala che metteva sotto il quadro. Quando tornò in coperta era pallidissimo.

      – Tutto è perduto! – esclamò, tendendo i pugni. – Ci sono oltre due metri d’acqua nella cambusa.

      Un profondo silenzio seguì queste parole: il capitano, don Pedro e i marinai apparivano esterrefatti per quella inattesa notizia. Il capitano fu il primo a parlare.

      – Nulla neppure nella camera comune? – chiese ansiosamente guardando i marinai.

      – Io ho due libbre di biscotto, – rispose uno.

      – Io ho la mia razione di prosciutto salato, – soggiunse un secondo.

      – Ed io una scatola di acciughe, – dichiarò il terzo.

      Il capitano attese invano la risposta degli altri.

      – E questo è tutto? – chiese finalmente, tergendosi il sudore che gli bagnava la fronte.

      Nuovo silenzio.

      – Amici, non perdiamo un solo secondo e cominciamo la costruzione della zattera. Fortunatamente l’armeria è dietro la mia cabina, e quando si hanno delle armi da fuoco si può sempre sperare.

      IV. LA ZATTERA

      Il capitano aveva appena dato l’ordine, che già tutto l’equipaggio, sotto la direzione del bosmano e del carpentiere di bordo, armatosi di scuri e di seghe, smontava l’alberatura e le murate per preparare il materiale necessario alla costruzione della zattera. Lavoravano con vero furore, spronati dal timore di dover soffrire la fame prima di approdare alla Nuova Caledonia. Cento miglia non erano un gran che, ma su una zattera potevano diventare enormemente lunghe. E poi poteva sopraggiungere una nuova bufera. Il sole si era alzato splendido, tuttavia il cielo non era del tutto sgombro verso ponente e il vento soffiava ancora irregolarmente. Anche il barometro non rassicurava troppo e non saliva che con grande fatica. A mezzogiorno i travi inferiori degli alberi, i soli che la tromba marina aveva risparmiati, cadevano in mare, insieme a una enorme quantità di legname strappato alle murate del casotto di poppa, alle cabine del quadro e a un certo numero di barili e di botti destinate a rendere la zattera più leggera. Subito metà dell’equipaggio, con il carpentiere, si era impossessato di tutto quel materiale, formando lo scheletro del galleggiante. Fortunatamente il mare era abbastanza tranquillo, ciò che permetteva di procedere rapidamente alla costruzione. Alle tre del pomeriggio la prima piattaforma era finita e alle cinque anche la seconda era a posto, formata con gli usci delle cabine e con i boccaporti.

      – È il momento di prendere il largo, – disse don Josè che osservava, non senza una certa inquietudine, il cielo. – Questa calma non mi persuade affatto e vi dico che di colpi di vento ne avremo ancora, prima di vedere le coste della Nuova Caledonia. Che cosa ne dici tu, bosmano, che hai sempre un barometro in testa?

      – Eh! – fece il vecchio, facendo un gesto vago. – Tutto non deve essere finito, a quanto pare. Imbarchiamoci alla lesta, capitano. Saremo più sicuri sulla zattera che non su questa carcassa immobilizzata.

      – Giù le provviste! – comandò don Josè.

      – Le abbiamo in tasca, – risposero i marinai.

      – L’acqua?

      – Abbiamo già calati tre barili di cento litri ciascuno, – disse Reton.

      – Prima la señorita, allora.

      Mina si aggrappò saldamente a una fune e si calò sulla zattera, sulla quale si trovavano radunati già alcuni marinai che erano occupati a rizzare un pennone che doveva servire a una vela. Pedro fu il secondo, poi a loro volta si calarono i marinai portando le carte e gli strumenti di bordo. Non