Emilio Salgari

La crociera della Tuonante


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mia pona e pionda fanciulla, perché maledetta guerra non risparmia i giofani. Ma morire piccato, con cordone al collo e lingua fuori!… Orrore!… Mi facciano fucilare.»

      Testa di Pietra si curvò su di lui e gli sussurrò in un orecchio alcune parole. L’Assiano trasalì, e il suo viso si rasserenò a un tratto.

      «Non udire più prutte pestie nere a Gridare,» disse a mezza voce.

      «Erano i pipistrelli che popolano le notti eterne dell’altro mondo,» rispose il Bretone. «Io spero bensì di non fartele più vedere.»

      «E i miei camerati?» chiese Hulbrik.

      «Non pensare a loro: io non posso fare miracoli. Ci rivedremo all’alba. Non aver paura di mastro Impicca, e lasciati mettere il laccio al collo senza protestare. Cadrai subito e probabilmente fra le mie braccia.»

      «Grazie, patre.»

      Testa di Pietra e Piccolo Flocco, non poco commossi, si fermarono un pò nella loro cabina per riprendere animo, con alcuni bicchierini di gin, poi risalirono in coperta. La corvetta s’avanzava pesantemente sulla larga ondata dell’Atlantico, scotendo tutte le sue artiglierie. Il vento era quasi cessato, perciò anche le navi della squadra americana erano rimaste quasi in panna a un mezzo miglio di distanza verso ponente.

      Il Baronetto era già in coperta e passeggiava nervosamente, borbottando e facendo dei gesti che parevano di minaccia.

      «Lo vedi?» chiese il Bretone al giovane gabbiere. «Lo hanno reso infelice con un infame tradimento. E dire che nelle vene di quei due uomini, si chiamino Halifax o Mac-Lellan, scorre quasi il medesimo sangue.»

      «E il signor Howard?»

      «È al timone. Quando soffia tempesta nel cuore del comandante, vira di bordo e non torna se non si chiama. Sai, d’altronde, che il nostro secondo è un pò orso. Rimani qui.»

      «Che cosa vuoi fare?»

      «Tagliare la bordata al Corsaro.»

      «Scatenerai un uragano indemoniato.»

      «Sono di Batz, io, ed ho il pelo quasi bianco, monello!» rispose Testa di Pietra. «Egli non mangerà il suo vecchio e fido mastro che comanda i pezzi della coperta. Sono troppo necessario io a bordo di questa corvetta. Contrabbraccia a babordo!»

      Il Bretone descrisse una specie di zig-zag e andò a cacciarsi fra i due alberi di trinchetto e di maestra, invadendo il terreno che batteva il Corsaro. Questi dapprima non aveva fatto attenzione a lui. Andava e veniva, colla testa bassa, le braccia incrociate, come se un vento d’uragano lo spingesse, facendolo virare proprio dinnanzi all’uno e all’altro dei due alberi. Ma il Bretone ad un tratto si trovò sul passaggio di lui.

      «Mio comandante,» disse saltando lestamente da un lato, «scusate se vi ho disturbato.»

      Sir Mac-Lellan si arrestò fissando il fedele marinaio, e dopo un breve silenzio gli disse: «Dove sei stato tu, vecchio mio, poco fa?»

      «Nella batteria, mio comandante.»

      «A parlare con Hulbrik?»

      «Corpo di tutti i campanili! Ci sono delle spie a bordo della Tuonante?» gridò il Bretone, con uno scatto di collera.

      «No, ti ho veduto io.»

      «Se vi fosse stato un delatore, l’avrei accoppato con un pugno nel cranio. Io ho sempre odiate le spie.»

      «Non fioriscono sulle terre bretoni?»

      «No comandante.»

      Sir Mac-Lellan girò su se stesso due o tre volte, poi le sue mani piombarono sulle robuste spalle del mastro.

      «Che cosa ti ha detto quell’uomo che domani non sarà più nel numero dei viventi?» gli domandò.

      «Mi parlava della sua bionda fanciulla, alla quale doveva unirsi dopo terminata la guerra.»

      «Una fanciulla bionda!…» esclamò il Corsaro.

      «Sì, mio comandante: le tedesche, come le inglesi, sono quasi tutte bionde: lo sapete meglio di me.»

      Il Corsaro fece un balzo e un gesto di rabbia.

      «Peste!» gridò.

      «A chi, mio comandante?» chiese Testa di Pietra.

      «A te ed a tutti i Bretoni della terra!»

      E riprese la furiosa passeggiata, come se l’uragano fosse diventato ciclone; ma dopo aver fatto pochi passi, tornò come un bolide addosso al Bretone, il quale lo aspettava di piè fermo.

      «Ti ha detto che doveva sposare una fanciulla bionda?» gli chiese con accento strano.

      «Sì, mio comandante.»

      Il Corsaro sospirò a lungo, e tacque girando ancora una volta su se stesso, come se non potesse più frenarsi; poi, guardando Testa di Pietra, il quale lo aspettava sempre impassibile e sempre fidente, gli disse:

      «Quell’uomo, che è fidanzato ad una fanciulla bionda, non morrà!»

      «Quel traditore?»

      «La guerra è la guerra,» rispose il Corsaro alzando le spalle.

      «Ha ragione il più forte e il più astuto… Come si chiama la fanciulla bionda di quel Tedesco?»

      «Mary, mi pare,» rispose pronto il furbo Bretone.

      «Mary?»

      «Sì, comandante.»

      «Ed è bionda come Mary di Wentwort?»

      «Pionda, dice quel Tedesco nella sua lingua ostrogota.»

      «Ebbene, quell’uomo non morrà. I capelli biondi della sua fidanzata gli salvano la vita.»

      «Siete generoso, sir Mac-Lellan. Del resto, quel povero diavolo qualche importante servigio ce l’ha reso a Boston.»

      «Voglio peraltro salvare le apparenze. Gl’impiccati saranno quattro, ma uno cadrà per la rottura del laccio, come caddi io. Pensaci tu, e và ad intenderti…»

      «Con mastro Impicca?»

      «Ah, lo chiami così quel disgraziato?»

      «Non se n’offende, mio comandante, anzi…»

      «Digli che vuoti il laccio di Hulbrik, e quando cadrà, chiederai per lui la grazia, insieme coll’equipaggio… E ora vattene al diavolo!»

      Testa di Pietra fece una magnifica piroetta e se n’andò da Piccolo Flocco, il quale lo aspettava seduto su uno dei due cannoni da caccia poppieri.

      «L’Assiano è salvo,» gli disse. «Ah, i Bretoni di Batz! Nessuno li raggiunge per furberia… Non dire al comandante che la pionda dell’Assiano si chiama Rita invece di Mary: bada bene! Anzi, avverti anche Hulbrik… Il comandante è buono, ma una simile gherminella non la tollererebbe.»

      «Vado subito ad avvertirlo,» disse il gabbiere.

      Il Bretone, rimasto solo, sedette su un barile, ricaricò per la quarta volta la pipa e si mise a fumare furiosamente.

      Intanto la notte a poco a poco si dileguava, e verso oriente un barlume di luce, simile ad una striscia d’argento, si rifletteva sull’Atlantico. Le stelle cominciavano a impallidire.

      «Poveretti!» mormorò il mastro, lanciando in aria una boccata di fumo. «Ecco il brutto quarto d’ora per loro!»

      Il Corsaro continuava a camminare sempre nervosamente fra i due alberi, facendo segno di attendere ordini, ma d’un tratto interruppe la corsa; fissò a lungo la bianca luce che si diffondeva ormai rapidamente, tingendosi di striature rosee, poi si avanzò verso il Bretone.

      «È pronto tutto?» gli chiese.

      «Sì, mio comandante.»

      Fà collocare quattro barili sotto il pennone di maestra. Bada che il tuo Tedesco non si rompa le gambe.»

      «Sarò pronto io a riceverlo fra le mie braccia.»

      «Fà rullare i tamburi e conduci i condannati in coperta.»

      «Subito,