Emilio Salgari

Le due tigri


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numero infinito di uccelli acquatici volteggiavano sopra le rizophore che coprivano le rive, ma nessun abitante si vedeva.

      Aironi giganti, le grandi cicogne nere, ibis brune, e bruttissimi e colossali arghilah, allineati come soldati sui rami curvi dei paletuvieri, facevano la loro toletta mattutina, spennacchiandosi a vicenda; mentre in alto stormi di anitre braminiche, di marangoni e di folaghe s’inseguivano e folleggiavano giocondamente, per precipitarsi poi tutti in acqua allorquando qualche banda di manghi, quei deliziosi pesci rossi del Gange, commetteva l’imprudenza di mostrarsi.

      – Bei posti per la caccia, ma brutto paese, – mormorava Yanez, che a poco a poco s’interessava di quelle rive. – Non valgono queste jungle le maestose foreste del Borneo e nemmeno quelle di Mompracem.

      – Se questi sono i luoghi abitati dai Thugs di Suyodhana, non li invidierei certo. Canne, spine e pantani: spine, pantani e canne. Ecco il delta del sacro fiume degli indi. E nulla è ancora cambiato da quando io ho visitato l’India. Decisamente gli inglesi non si preoccupano che di tosare meglio che possono i poveri indiani.

      La Marianna continuava ad avanzare sempre rapidamente, nondimeno le due rive non accennavano a cambiare, almeno a destra. Sull’opposta invece cominciava ad apparire qualche gruppetto di meschine capanne con le pareti di fango disseccato e i tetti di foglie, ombreggiate da qualche gruppo di cocchi semi intristiti e da qualche colossale nim dal tronco enorme e dal fogliame cupo e fitto.

      Yanez stava appunto osservando uno di quei miserabili villaggi, difesi verso il fiume da uno steccato per salvaguardate gli abitanti dagli attacchi dei coccodrilli, quando Sandokan gli si appressò, dicendogli:

      – Sono questi i pantani abitati dai Thugs?

      – Sí, fratellino mio, – rispose Yanez.

      – Che quello sia uno dei loro covi o qualche posto di osservazione? Non vedi laggiú, fra le canne, ergersi una specie di torre che sembra di legno?

      – È uno degli asili per i naufraghi, – rispose Yanez.

      – Eretto da chi?

      – Dal governo anglo-indiano. Il fiume è piú pericoloso di quello che tu creda, fratellino mio, in causa degli enormi banchi di sabbia che la forza della corrente sposta continuamente, sicché i naufragi sono piú frequenti qui che in mare.

      Siccome le rive sono popolate da animali feroci, cosí si sono erette in vari luoghi delle torri di rifugio pei naufraghi alle quali si accede mediante una scala a mano che si può ritirare.

      – E che cosa contengono quelle torri?

      – Dei viveri che vengono rinnovati ogni mese da appositi vaporini.

      – Cosí pericolose sono dunque queste rive? – chiese Sandokan.

      – Sono infestate da belve e nulla possono offrire al disgraziato che vi approda. Credi tu che dietro quei paletuvieri non vi siano delle tigri che stanno spiandoci? Sono piú audaci di quelle che abitano le nostre foreste, perché sovente osano cacciarsi in acqua e assalire i piccoli velieri all’improvviso, portando via qualche marinaio.

      – E non pensano a distruggerle?

      – Gli ufficiali inglesi fanno sovente delle battute; sono però cosí numerose quelle fiere, che finora non accennano a diminuire.

      – Mi viene un’idea, Yanez, – disse Sandokan.

      – Quale?

      – Te la comunicherò questa sera, quando avremo veduto quel povero Tremal-Naik.

      Il praho passava in quel momento dinanzi alla torre segnalata, la quale sorgeva sul margine d’un isolotto pantanoso, diviso dalla vera jungla da un canaletto.

      Era una costruzione robusta quantunque formata con panconi e con bambú, alta quasi sei metri e di forme tozze. L’entrata s’apriva verso la cima e non già a pianterreno e vi si giungeva con una scala a mano. Una iscrizione, ripetuta in quattro lingue, in francese, tedesco, inglese e indostano raccomandava ai naufraghi di fare economia dei viveri contenuti nella torre, avvertendo che il battello rifornitore non giungeva che una sola volta al mese.

      Naufraghi non ve n’erano in quel momento. Solamente alcune coppie di marabú sonnecchiavano sulla cima, colla testa affondata nelle spalle e l’enorme becco semi-nascosto fra le piume del petto.

      Certo stavano digerendo qualche cadavere d’indiano, arenatosi su quelle rive.

      Fu solamente dopo mezzodí che le due rive cominciarono a mostrarsi un po’ popolate, quantunque la jungla si estendesse sempre su una superficie immensa, colle sue erbe gigantesche dalla tinta giallastra, e le sue pianure monotone, interrotte da fanghiglia e da pozzanghere sulla cui smorta uniformità spiccavano invece vivacemente i fiori di loto.

      Degli abitanti apparivano di quando in quando su quelle rive, impregnate di febbre e di cholera, intenti a raccogliere il sale nelle naturali efflorescenze di quei terreni pantanosi e nei quadrati a truogolo ed a fondo d’argilla nei quali si conduce l’acqua a mezzo di chiuse.

      Erano dei poveri molanghi, nudi, scarni, anzi quasi ischeletriti, tremanti di febbre e che rassomigliavano a ragazzi malaticci piuttosto che a uomini, tanto erano bassi di statura e poco sviluppati.

      Di miglio in miglio che il praho guadagnava, anche sul fiume la vita diventava piú attiva. Gli uccelli diventavano rari e soli i martini pescatori, appollaiati sulla cima delle canne facevano udire il loro monotono kri… kri… kri… Si succedevano invece le barche le quali indicavano la vicinanza dell’opulenta capitale del Bengala. Bangle, mur-punky, pinasse e anche delle grab di buon tonnellaggio, attraversavano o scendevano il fiume, ben cariche di derrate e qualche vapore filava lungo le rive, manovrando con precauzione.

      Verso le sei, Yanez e Sandokan che si erano collocati a prora, scorsero fra una nuvola di fumo, le alte cime delle pagode della città nera ossia della città indiana di Calcutta e i bastioni imponenti del forte William.

      Sulla riva destra bengalows e palazzine graziose, d’architettura inglese mista all’indiana, cominciavano ad apparire in gran numero, allineate dietro a graziosi giardinetti ombreggiati da gruppi di banani e di cocchi.

      Sandokan aveva fatto spiegare sull’alberetto maestro la bandiera di Mompracem, tutta rossa con in mezzo una testa di tigre dalle fauci aperte, ritirare buona parte dell’equipaggio e coprire le due grosse spingarde di poppa e le due di prora.

      – Che Kammamuri non venga? – stava chiedendo a Yanez che gli stava a fianco coll’eterna sigaretta in bocca, guardando le barche che s’incrociavano in tutti i sensi, quando l’europeo tese la destra verso la riva destra, esclamando:

      – Ecco il fedele e coraggioso servo di Tremal-Naik. Vedi Sandokan quella scialuppa che porta a poppa la bandiera di Mompracem?

      Sandokan aveva seguito cogli sguardi la direzione indicata dal compagno e vide infatti un piccolo ma elegantissimo fylt’ sciarra, di forme snelle, colla prora adorna d’una testa d’elefante dorata, montato da sei rematori e da un timoniere e sulla cui poppa ondeggiava la bandiera rossa colla testa d’una tigre.

      S’avanzava rapidissimo, fra le grab veleggianti e le pinasse che ingombravano il fiume, puntando sul praho il quale si era subito messo in panna.

      – Lo vedi? – disse Yanez con voce giuliva.

      – Gli occhi della Tigre della Malesia non si sono ancora indeboliti, – rispose Sandokan. – È lui che siede al timone.

      Fa’ gettare la scala, mio caro portoghese. Finalmente sapremo come quel cane di Suyodhana è riuscito a rapire la figlia di quel povero Tremal-Naik.

      Il fylt’ sciarra in pochi minuti superò la distanza e abbordò il praho a babordo, sotto la scala che in quel frattempo era stata abbassata.

      Mentre i remiganti ritiravano i remi e legavano la scialuppa, il timoniere salí, lesto come una scimmia, la scala e balzò sulla tolda, esclamando con voce commossa:

      – Signor Sandokan! Signor Yanez! Ah! Quanto sono felice di rivedervi!

      Quell’uomo era un bel tipo d’indiano di trenta