Emilio Salgari

I misteri della jungla nera


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giorni io ti osservo e vedo sulla tua fronte delle profonde rughe, e sei malinconico, taciturno. Una volta tu non eri così triste.

      – È vero, Kammamuri.

      – Qual dolore può affliggere il mio padrone? Saresti forse stanco di vivere nella jungla?

      – Non dirlo, Kammamuri. È qui, fra questi deserti di spine, fra queste paludi, sulla terra delle tigri e dei serpenti, che io son nato e cresciuto e qui, nella mia cara jungla morirò.

      – È una donna, una visione, un fantasma!

      – Una donna! – esclamò Kammamuri sorpreso. – Una donna hai detto?

      Tremal-Naik crollò il capo in senso affermativo e si strinse fortemente la fronte fra le mani, come se volesse soffocare qualche tetro pensiero.

      Per parecchi minuti fra loro due regnò un funebre silenzio, appena rotto dal gorgoglio della fiumana che rompevasi contro le rive e dai gemiti del vento che accarezzava l’immensa jungla.

      – Ma dove hai veduto questa donna? – chiese alfine Kammamuri.– Dove mai, ché la jungla non ha che delle tigri per abitanti?

      – L’ho veduta nella jungla, Kammamuri, – disse Tremal-Naik con voce cupa. – Era una sera, oh non la scorderò mai, quella sera, Kammamuri! Io cercavo i serpenti sulle rive d’un ruscello, laggiù, proprio nel più folto dei bambù, quando a venti passi da me, in mezzo ad una macchia di mussenda, dalle foglie sanguigne, apparve una visione, una donna bella, raggiante, superba. Non ho mai creduto, Kammamuri, che esistesse sulla terra una creatura così bella, né che gli dei del cielo fossero capaci di crearla.

      Aveva neri e vivi gli occhi, candidi i denti, bruna la pelle e dai suoi capelli d’un castagno cupo, ondeggianti sulle spalle, ne veniva un dolce profumo che inebbriava i sensi.

      Ella mi guardò, emise un gemito lungo, straziante, poi scomparve al mio sguardo. Mi sentii incapace di muovermi e rimasi là, colle braccia tese innanzi, trasognato. Quando tornai in me e mi misi a cercarla, la notte era scesa sulla jungla, e non vidi né udii più nulla.

      Chi era quella apparizione? Una donna od uno spirito celeste? Ancora lo ignoro. – Tremal-Naik si tacque. Kammamuri notò che egli tremava sì forte da temere che avesse la febbre

      – Quella visione mi fu fatale, – ripigliò Tremal-Naik, con rabbia.– Da quella sera si operò in me uno strano cangiamento; mi parve di essere diventato un altro uomo; e che qui, nel cuore, si sviluppasse una terribile fiamma!

      Si direbbe che quell’apparizione mi ha stregato. Se sono nella jungla, me la vedo danzare dinanzi agli occhi; se sono sul fiume la vedo nuotare dinanzi la prua del mio battello; penso e il mio pensiero corre a lei; dormo e in sogno mi appare sempre lei. Mi sembra di essere pazzo.

      – Mi spaventi, padrone, – disse Kammamuri, girando all’intorno uno sguardo pauroso. – Chi era quella bella creatura?

      – L’ignoro, Kammamuri. Ma era bella oh sì! molto bella! – esclamò Tremal-Naik con accento appassionato.

      – Forse uno spirito!

      – Forse.

      – Forse una divinità?

      – Chi può dirlo?

      – E non l’hai più veduta?

      – Sì, l’ho veduta ancora e molte e molte volte. La sera dopo, alla medesima ora, senza sapere il come, mi trovava sulle rive del ruscello. Quando la luna s’alzò dietro le oscure foreste del settentrione, quella superba creatura riapparve fra le macchie dei mussenda.

      – Chi sei? – gli chiesi.

      – Ada, – mi rispose.

      E disparve emettendo il medesimo gemito. Mi sembrò che sprofondasse sotto terra.

      – Ada! – esclamò Kammamuri. – Che nome è questo?

      – Un nome che non è indiano.

      – E non aggiunse altra parola?

      – Nessuna.

      – È strano; io non sarei più ritornato.

      – Ed io vi ritornai. V’era una forza irresistibile, potente che mi spingeva mio malgrado verso quel luogo; più volte tentai di fuggire e mi mancò la forza di farlo. Ti ho detto che mi pareva d’essere stregato.

      – E cosa provavi in sua presenza?

      – Non lo so, ma il cuore mi batteva forte forte.

      – Non l’avevi, prima, mai provata quella sensazione?

      – Mai, – disse Tremal-Naik.

      – Ed ora la vedi ancora quella creatura?

      – No, Kammamuri. La vidi dieci sere di seguito; alla stessa ora comparivami dinanzi agli occhi mi contemplava mutamente, poi scompariva senza rumore. Una volta le feci un cenno, ma non si mosse; un’altra volta aprii le labbra per parlare, ed ella si pose un dito sulla bocca invitandomi a tacere.

      – E tu non la seguisti mai?

      – Mai, Kammamuri, perché quella donna mi faceva paura. Quindici giorni or sono, mi apparve vestita tutta di seta rossa e mi guardò più a lungo del solito. La sera seguente invano l’aspettai, invano la chiamai: non la rividi più.

      – È un’avventura strana, – mormorò Kammamuri.

      – È terribile, invece, – disse Tremal-Naik con voce sorda. – Non ho più bene, non sono più l’uomo di una volta; mi sento indosso la febbre e una smania furiosa di rivedere quella visione che mi stregò.

      – Allora tu ami quella visione.

      – L’amo! Non so cosa significhi questa parola. In quell’istante, ad una grande distanza, verso le immense paludi del sud, echeggiarono alcune note acutissime. Il maharatto si alzò di scatto e divenne cinereo.

      – Il ramsinga! esclamò egli, con terrore.

      – Cos’hai che ti sgomenti? – chiese Tremal-Naik.

      – Non odi il ramsinga?

      – Ebbene, cosa vuol dir ciò?

      – Segnala una disgrazia, padrone.

      – Follie, Kammamuri.

      – Non ho mai udito suonare il ramsinga nella jungla, fuorché la notte che fu assassinato il povero Tamul.

      A quel ricordo una profonda ruga solcò la fronte del cacciatore di serpenti.

      – Non sgomentarti, – diss’egli, sforzandosi di parer calmo. – Tutti gli indiani sanno suonare il ramsinga e tu sai che talvolta qualche cacciatore ardisce porre il piede sulla terra delle tigri e dei serpenti.

      Aveva appena terminato di parlare, che s’udi il lamentevole urlio d’un cane e poco dopo un potente miagolìo che poteva scambiarsi per un vero ruggito. Kammamuri fremette dalla testa alle piante.

      – Ah! padrone! – esclamò. – Anche il cane e la tigre segnalano una sventura.

      – Darma! Punthy! – gridò Tremal-Naik.

      Una superba tigre reale, di alta statura, di forme vigorose, col mantello aranciato e screziato di nero, uscì dalla capanna e fissò il padrone con due occhi che mandavano terribili lampi. Dietro ad essa comparve, qualche istante dopo, un cagnaccio nero, con lunga coda, orecchi aguzzi, ed il collo armato di un grosso anello di ferro irto di punte.

      – Darma! Punthy! – ripeté Tremal-Naik.

      La tigre si raccolse su se stessa, emise un sordo brontolìo e con un salto di quindici piedi venne a cadere ai piedi del padrone.

      – Cos’hai, Darma? – chiese egli, passando le sue mani sul robusto dorso della belva. – Tu sei inquieta.

      Il cane invece di accorrere dal padrone si piantò sulle quattro zampe allungò la testa verso il sud, fiutò per qualche tempo l’aria ed abbaiò lamentosamente tre volte. – Che sia toccata qualche