Emilio Salgari

La riconquista di Monpracem


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a Varauni il praho di Padar, che è il più leggero e il più rapido e che ha l’aspetto d’un onesto veliero.

      Di Mompracem in questo momento non occuparti. Non è ancora suonata l’ora di prenderla d’assalto; e poi agirà ora più la diplomazia che la forza.

      – Avete null’altro da dirmi, signor Yanez?

      – Cerca di guardarti dalle cannoniere e di non lasciare la barca senza mio ordine.

      – E Sandokan?

      – Veglia sulle frontiere del Sultanato insieme coi suoi dayachi ed è pronto a varcare le montagne di Cristalli.

      Metteremo il Sultano fra due fuochi e giacché gl’inglesi hanno commessa la sciocchezza di cedergli Mompracem, avrà da fare con noi.

      Parti, Sambigliong: ho fretta di rivedere Varauni dopo tanti anni. —

      Fu calata in mare una scialuppa ed il vecchio fu trasbordato sul veliero più grosso.

      I capi, avvertiti degli ordini dati da Yanez, fecero spiegare quanta tela avevano, essendo il vento favorevole e dopo dieci minuti s’allontanavano verso il settentrione per rifugiarsi ad Ambong.

      Sul posto non era rimasto che il praho di Padar, un magnifico veliero lungo e sottile come una feluca, che con una buona brezza poteva ridersene anche delle cannoniere-tartarughe che l’Olanda e l’Inghilterra andavano laggiù per impedire, sempre con scarso profitto, la pirateria.

      – Forza in macchina! – gridò Yanez.

      Lo yacht balzò sulle onde come un puro sangue che per la prima volta sente lo sprone del cavaliere, e si slanciò verso il sud-est, lasciandosi dietro una superba scia fosforescente, in mezzo alla quale le belle meduse, simili a globi di luce elettrica, danzavano.

      Il piccolo praho si era pure messo in corsa, scivolando silenziosamente sulle acque illuminate.

      – Benissimo! – disse Yanez quando la flottigla non fu più visibile. – Non credevo che i nostri affari cominciassero così bene.

      Andiamo a scambiare due parole con quel caro Sir William Hardel.

      Sarà certamente di pessimo umore: ho però del thè da offrirgli e si calmerà.-

      Prese un canocchiale, che in quel momento un malese aveva portato in coperta e lo puntò verso tutte le direzioni.

      Nulla: solo il gran mare d’argento, senza una macchia oscura che potesse far sospettare la presenza d’una cannoniera o d’un incrociatore.

      – La fortuna sorride sempre agli antichi pirati di Mompracem – mormorò. – Ma mi sono imbarcato in un’avventura che non so dove finirà, poiché gl’inglesi di Labuan non mancheranno di appoggiare il sultano.

      D’altronde che cosa può fare un principe consorte alla corte dei rajah d’Assam? Far saltare sulle mie ginocchia mio figlio per farmi ridere dietro da quei grandi nababbi maleducati e invidiosi?

      Surama d’altronde sa che io sono un uomo d’azione, incapace quindi di addormentarmi fra i profumi ed i balli delle bajadere.

      Ehi, cuoco, è pronto il thè?

      – Si, signor Yanez, – rispose il cuciniere, avanzandosi con un gran vassoio d’argento cesellato e relativo servizio di chicchere, di terrine e di zuccheriere.

      – Allora seguimi: andiamo ad addomesticare John Bull. —

      Scese la scaletta ed entrò nel quadro, ammobiliato con molto buon gusto ed attraversato il salotto, ampio, spazioso e bene illuminato, aprì la porta d’una cabina segnata col numero 3. Due malesi vegliavano coi parangs in mano e le carabine in ispalla, pronti a mandare all’altro mondo il disgraziato ambasciatore, se avesse tentata la fuga.

      – Buon giorno, Sir William, – disse famigliarmente Yanez entrando.

      La risposta fu un urlo da belva.

      Il portoghese lo guardò con finto stupore.

      – I miei uomini vi hanno usata qualche scortesia per ritrovarvi così eccitato? Parlate ed io li farò fucilare.

      – È voi che io vorrei far fucilare, canaglia!

      – Forse le palle che devono togliermi dalla terra non sono ancora state fuse – rispose Yanez alzando le spalle.

      Su via calmatevi, Sir William, e prendete il thè con me, un thè squisito, perché io uso solo quello che i cinesi chiamano polvere di cannone.

      – Andate al diavolo! – urlò l’inglese.

      – Vi calmerà i nervi: voi, come inglese, lo dovete sapere meglio di tutti gli altri.

      – Bevetevelo voi, il vostro thè; e poi io non mi fido.

      – Mi credereste capace di avvelenarvi?

      – Dopo quello che avete fatto, io vi credo capace di assassinare freddamente un gentiluomo.

      – Voi non mi conoscete.

      – Molti anni or sono s’è parlato a lungo su questi mari di due audaci malandrini, che si facevano chiamare, uno la Tigre della Malesia e l’altro il signor Yanez de Gomera.

      – Io non sono mai stato né l’uno, né l’altro.

      – Eppure dal capitano del piroscafo ho udito pronunciare il vostro nome e Domeneddio mi ha dato due buoni orecchi per udire.

      – Perfino troppo larghi! – stava per aggiungere Yanez insolentemente.

      Ma si trattenne a tempo per non far uscire completamente dai gangheri il discendente di John Bull.

      Prese una sedia e si sedette dinanzi al tavolino, su cui fumava il thè, spandendo un delizioso profumo.

      – Sir William, fatemi compagnia – disse il portoghese.

      L’ambasciatore, che fiutava avidamente l’aroma della bevanda preferita dagli inglesi, increspando di quando in quando il naso come un gatto in collera, non seppe più resistere alla tentazione.

      – Berrete anche voi con me? – chiese.

      – Sarò anzi il primo, se ciò non vi farà dispiacere. Così sarete completamente al sicuro da un avvelenamento che io non ho mai sognato. —

      L’inglese, che non poteva più resistere, prese a sua volta una sedia e si mise in faccia a Yanez con un gomito appoggiato sul tavolino.

      Prese la tazza che il portoghese gli porgeva e la vuotò tutta d’un fiato, a rischio di bruciarsi la gola.

      La bevanda cinese produsse in quel momento sull’ambasciatore l’effetto contrario di calmare i suoi nervi, poiché si rizzò di colpo picchiando un terribile pugno sul tavolo e urlando:

      – Ed ora mi spiegherete che cosa volete fare di me, malandrino!

      – Vi ho già detto dieci volte che io sono un rajah indiano. Come chiamo voi Sir, chiamate me Altezza.

      – Quando sarete appiccato.

      – Allora aspetterete un bel po’, Sir William.

      – Ho della pazienza da vendere.

      – Aspettereste troppo, Sir.

      – Insomma volete dirmi perché mi avete fatto rapire da quel piroscafo? Che intenzioni avete voi a mio riguardo? —

      Yanez aprì tranquillamente il suo astuccio, sempre pieno di sigarette e lo porse all’inglese, dicendogli:

      – Dopo il thè una buona sigaretta fa bene.

      – E vi sarà dentro probabilmente qualche narcotico.

      – Scegliete a vostro piacimento la mia e la vostra: così sarete perfettamente sicuro.

      – Se fossi un cattolico, vi crederei il diavolo – disse Sir William dopo d’aver aspirato qualche boccata.

      – Non ho tanto onore – rispose Yanez ridendo.

      – Allora spiegatevi.

      – Subito, signor ambasciatore.

      Come