Emilio Salgari

La riconquista di Monpracem


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e formarne chiodi atti a caricare le loro spingarde.

      Fra il 1806, il 1811 e il 1814 la pirateria ebbe un terribile risveglio.

      Le navi che entravano nel porto venivano prese d’assalto con ferocia inaudita e poi arse.

      Ma una delle più grosse che fecero quei malandrini è la seguente. L’Inghilterra fino dal 1734 aveva stabilita una colonia all’estremità dell’isola di Balembang.

      I pirati malesi vi piombano sopra e distruggono ogni cosa, aiutati dai sululiani.

      Ben pochi coloni furono quelli che ebbero il tempo di salvarsi a Pulo-Condor, un’isola mezza francese e mezza cinese, che si faceva ancora temere.

      Nel 1809 gli scorridori del mare, furibondi di vedere la colonia ristabilita, piombano ancora su Balembang, trucidando inesorabilmente uomini, donne e fanciulli.

      Quasi nello stesso tempo un maggiore olandese, certo Maller, che esplorava l’interno del Borneo, veniva barbaramente assassinato dai cacciatori di teste fra le impenetrabili boscaglie di quella grande terra.

      La pazienza dell’Inghilterra e dell’Olanda, che aveva fiorenti colonie lungo le coste meridionali ed occidentali dell’isola, era esaurita.

      Era tempo di mettervi rimedio.

      Le cannoniere vecchie e scarse di velocità incaricate d’impedire la pirateria, giungevano troppo tardi per sorprendere gli agilissimi prahos malesi che filavano col vento.

      La finissima diplomazia inglese, d’accordo col governo dell’Aja, aveva avuto, come sempre, un tratto di genio.

      Giacché i pirati si professavano, a loro modo, mussulmani convinti, manda a prendere a Mascate un non si sa se vero discendente degli imani o se falso, e lo scaraventa fra quelle tribù di malandrini, col suo bravo turbante verde sul capo, come uno stretto parente del grande Maometto.

      Pare impossibile, il Corano fa più effetto dei pezzi delle cannoniere inglesi ed olandesi!

      Alla foce del cristallino Varauni, che scende dalle montagne dell’interno, si costruisce una città per ospitare degnamente il figlio del turbante verde, reduce dalla Mecca, che probabilmente non aveva mai veduta.

      L’apparenza aveva salvato capra e cavoli. Il primo sultano, sapendo di aver per sudditi dei pirati impenitenti, dapprima aveva tollerato certe scorrerie.

      L’impiccagione dell’equipaggio di un praho, che aveva assalito uno yacht di piacere nelle acque di Mangalum, aveva prodotto su quei feroci scorridori una certa impressione.

      Il veliero era entrato in porto con grappoli di appiccati, pendenti dai pennoni.

      Vi era stata una sosta, ma durata pochissimo. La razza malese è prolifica come i vermi; non coltiva le sue terre d’una fertilità meravigliosa e preferisce montare all’abbordaggio.

      Le distruzioni dei velieri continuarono negli anni seguenti, finché il figlio del Sultano, appoggiato dalle cannoniere di Labuan e di Pontianak, aveva posto rimedio ad uno stato di cose intollerabile, che poteva attirargli addosso i fulmini di quelle nazioni europee che avevano laggiù delle colonie.

      La punizione era stata terribile. Il figlio del Sultano, sentendosi appoggiato dalle artiglierie degli uomini bianchi, un brutto giorno aveva fatto entrare nella baia una mezza dozzina di velieri pieni di appiccati.

      La terribile azione servì.

      A poco a poco la pirateria scomparve, tranne che al nord della grande isola bornese, dove i sultanelli si tenevano annidati in fondo alle loro profonde baie coperte di banchi di sabbia che rendevano inaccessibile l’entrata alle cannoniere.

      Ad ogni modo quel tratto di energia di Selim-Bargasci-Amparlang, il quale aveva creduto bene di aggiungere un nome malese al suo mussulmano, aveva dato maggiori frutti di prima.

      Gli abbordaggi erano cessati e pochissimi se ne contavano nel 1848, quando fu conquistato Labuan da parte degl’inglesi, sempre ferocemente invadenti.

      Varauni, come tanti altri porti della Malesia, era diventato un asilo sicuro ai velieri che giungevano dall’Indocina o da Canton o da Calcutta.

      Ma quella calma poteva essere più apparente che reale, poiché il malese non può vivere senza montare all’abbordaggio.

      La polvere e il lampo dell’acciaio lo inebriano; le grida di guerra e di morte lo entusiasmano al massimo grado.

      Un uomo di grande volontà come Yanez avrebbe potuto scatenare un uragano e mettere Varauni a ferro ed a fuoco…

      Il cronometro di bordo segnava due ore meno dieci minuti, quando il gigantesco Mati fece la sua comparsa a bordo.

      – Dunque? – chiese Yanez.

      – Tutto combinato, signore: vi ho preso in affitto una palazzina che somiglia al palazzo del Sultano, ammobiliata tutta in stile cinese.

      – Quando potrò prenderne possesso?

      – Questa sera stessa.

      – Chiama il mio chitmudgar. —

      Un momento dopo un indiano saliva sul ponte, dicendo:

      – Sono ai vostri ordini, Altezza.

      – Quando io sarò sbarcato, tu seguirai Mati, visiterai la palazzina che mi ha preso in affitto e preparerai tutto il necessario per dare domani sera una gran festa.

      – Sì, Altezza. Nient’altro? —

      Yanez non rispose. Aveva veduto staccarsi dalla riva la barca dipinta in rosso colle bordature d’oro, montata da dodici remiganti e dal segretario del Sultano.

      Aprì una borsetta e levò diversi superbi gioielli.

      – Qui vi è da accontentare una mezza dozzina di favorite – mormorò. – Questa spedizione costerà cara, ma siamo sempre ricchi e poi la corona dell’Assam non l’ho ancora impegnata. —

      La barca si avanzava rapidissima. I dodici battellieri si accompagnavano in cadenza col remo una selvaggia canzone.

      Giunse in un lampo sotto la scala, ormeggiandosi, ed il segretario salì a bordo, dicendo:

      – Milord, il Sultano vi aspetta all’aloun-aloun ed è molto impaziente di vedervi.

      – Veramente avrebbe potuto offrirmi un ricevimento ufficiale nel suo palazzo – rispose Yanez freddamente.

      – Ormai lo spettacolo non si poteva rimandare, senza provocare, da parte della popolazione, dei disordini.

      – Partiamo. —

      Scese nella scialuppa, salutato dai battellieri da un urlo selvaggio identico a quello che usavano cento od anche cinquant’anni prima, quando si scagliavano all’abbordaggio e si sedette a fianco del segretario, il quale teneva il timone.

      Sulla gettata una folla considerevole, composta di burghisi, di macassaresi, bornesi, malesi, dayachi, cinesi e negritos, si era radunata attorno ad un carro tutto dipinto in verde, con una cupoletta dorata sostenuta da sei colonnette e trascinato da due zebù, specie di buoi di piccola taglia, con molta gobba e che sono buonissimi corridori.

      La curiosità di vedere il nuovo ambasciatore aveva trattenuto ancora sulle gettate molte persone, quantunque lo spettacolo dell’aloun-aloun, tanto caro a quelle popolazioni di istinti sanguinari, fosse imminente.

      Yanez sbarcò a terra preceduto dal segretario, degnandosi appena di salutare i presenti collo stik di cui si era munito e salì tranquillamente sul carro, sedendosi su un larghissimo cuscino di seta cremisi con fiocchi d’oro.

      Il cocchiere, un giovane malese, torse subito ferocemente la coda ai due animali, i quali partirono a corsa sfrenata, con grande pericolo di rompere le gambe ai viandanti, i quali erano costretti a gettarsi, alla lettera, dentro i negozi o dentro le case, senza osare di muovere alcuna protesta, poiché sapevano bene che il Sultano sarebbe stato inesorabile e delle teste ne avrebbe fatte tagliare senza nemmeno contarle.

      Dopo dieci minuti di corsa rapidissima, attraverso vie sfondate e polverose, fiancheggiate per lo più da casolari malesi e dayachi, il carro giungeva sul luogo ove stava per svolgersi il grande spettacolo.

      In