Emilio Salgari

La rivicità di Yanez


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quarantotto ore tutti i campi di Sindhia saranno invasi dai bacilli del colera, ed allora vedrete che stragi.

      – Tanta fiducia avete nelle vostre coltivazioni? – chiese Yanez.

      – Vedrete fra poco gli effetti. Il bramino ci saprà dire qualche cosa.

      – Ah, non è tornato con voi?

      – No, Altezza, perché conta di esserci piú utile rimanendo fuori.

      – E come farà a spingersi fin qui?

      – Dice che conosce le cloache e molti passaggi da tutti forse ignorati.

      – Credi tu che vi siano veramente dei condotti che sbocchino nelle rotonde? – chiese Yanez al cacciatore di topi.

      – Può essere, gran sahib – rispose il baniano. – Ne ho scoperti anch’io parecchi che sboccavano nelle cantine di certi palazzi.

      – Ed allora – disse Sandokan – aspettiamo che questo famoso colera si diffonda e ci apra la strada, se pure non porterà via anche tutti noi.

      – Nella mia cassa ho dei vasi pieni di potenti disinfettanti quindi non avete nulla da temere.

      – La seduta è tolta. Andiamo a fare colazione con della carne di cavallo, che non sarà poi cattiva.

      – Anzi ottima. È quasi uguale a quella dei buoi e degli zebú – rispose l’olandese. – Ah, i miei bacilli virgola!… Altro che le palle di cannone, di mitragliatrici, di carabine e di pistole! Vedrete, vedrete!…

      – Non spaventate i nostri uomini col vostro colera – disse Yanez. – Sanno che cos’è quel malanno.

      Sandokan raccomandò al drappello delle mitragliatrici di aprire bene gli occhi, e si diresse coi suoi compagni verso un luogo della banchina dove ardeva un magro fuoco.

      In lontananza si udivano gli elefanti lamentarsi. Avevano fame, e gli assediati nulla avevano da dar loro, poiché tentare una uscita per spogliare delle frutta e delle gigantesche foglie quei banani che crescevano in buon numero presso la moschea, sarebbe stato come gettarsi in bocca ai lupi di Sindhia. Alcuni malesi avevano stesi, intorno al fuoco che mandava piú fumo che fiamme, dei vecchi tappeti, mentre altri stavano rigirando sugli spiedi del cacciatore di topi dei grossi pezzi di carne di cavallo.

      – Domani cominceremo ad abbattere un elefante – disse Sandokan, sdraiandosi presso il fuoco. – Ormai sono destinati a morire tutti di fame.

      – E come faremo a portare poi con noi le mitragliatrici? – chiese Yanez. – Anche i cavalli morranno se non possiamo provvederli di erbe.

      – Purtroppo – rispose Sandokan, corrugando la fronte. – Io non avevo pensato agli animali.

      «Ba’, vedremo che cosa saprà fare il colera. Noi resisteremo fino all’ultimo e nemmeno questa volta Sindhia ci avrà.»

      Gli arrosti, piú o meno ben cucinati, furono deposti sul coperchio di una cassa, e tutti si misero a mangiare in silenzio, assai preoccupati dell’aggravarsi della situazione.

      Ed intanto gli elefanti in lontananza barrivano furiosamente, ed i cavalli nitrivano domandando la colazione.

      Quella prima giornata d’assedio trascorse nondimeno tranquilla. Le truppe di Sindhia, quantunque si fossero mostrate in grosso numero nei dintorni della vecchia moschea, non spararono un colpo di fucile verso l’entrata della grande cloaca.

      Si capiva che le mitragliatrici, armi mai vedute da quei banditi, che facevano un grande fracasso e che facevano continua strage, avevano impressionato tutti.

      D’altronde Sandokan e Yanez avevano radunati, presso la foce del fiume fangoso, tutti i cento uomini giunti dalla lontana Malesia, ed avevano fatto condurre, non senza grande fatica da parte dei cornac, i cinque elefanti, decisi a lanciarli contro gli avversari in una corsa spaventosa. Già sapevano ormai che erano condannati al pari dei cavalli.

      Il cacciatore di topi, seguíto da Kammamuri, dal fedele rajaputo e da una mezza dozzina di montanari, aveva approfittato di quella calma per visitare tutte le rotonde e le gallerie superiori, sede un giorno di chi sa quante migliaia di miserabili, e tutti erano tornati carichi di legna per potere, durante la notte, accendere dei falò.

      – E dunque? – gli chiese Yanez, quando lo vide giungere carico come un mulo, seguíto da tutti gli altri sette.

      – Vi porto una buona notizia – rispose il vecchio, gettando a terra, con gran fracasso, il suo pesante fardello. – La temperatura si è rinfrescata, ed anche nelle alte gallerie ora si può vivere benissimo.

      «Un po’ di sudore d’altronde non fa mai male in questi paesi.»

      – Dunque l’incendio deve essersi spento completamente.

      – Sí, Altezza; ed era tempo che le case, le moschee e le pagode finissero di bruciare.

      «Ma vi è di piú. Ho scoperto, in certe rotonde che io da anni non visitavo, dei veri depositi di legna, e poi ho veduto i topi ritornare in gran numero.»

      – Abbiamo qui abbastanza carne, sicché possiamo fare a meno per ora di quei rosicchianti niente affatto piacevoli.

      – Non potete dire, Altezza, che bene arrostiti siano cattivi.

      – No, ma sono sempre topi. Hai scoperto altro?

      – Sí, un passaggio che mette in una vasta cantina. È ancora troppo caldo, ma fra ventiquattro ore io credo che noi tutti potremo percorrerlo.

      – E gli elefanti ed i cavalli?

      – Quel passaggio sarà la salvezza della vostra cavalleria grossa e leggera, sahib – disse il baniano. – Di notte noi usciremo e andremo a fare raccolta di foglie e di erbe. Gli uomini di Sindhia non ci inquieteranno. Sono troppo poltroni.

      – Tu dunque non vedi la nostra situazione disperata?

      – Oh no!… Con quei terribili guerrieri che ha condotto il vostro amico e con quelle armi non meno terribili, noi finiremo col lasciare l’amico Sindhia con un buon palmo di naso.

      – Sei ottimista.

      – Non sono mai stato pessimista, e non ho mai avuto da dolermene.

      – Gli elefanti ed i cavalli peraltro da ventiquattro ore non mangiano.

      – Domani mattina avranno una colazione abbondante. Il fuoco non può aver rovinato tutte le piantagioni che si estendevano intorno alla capitale.

      Mettete a mia disposizione venti di quei terribili uomini, ed io rispondo di tutto, Altezza.

      – Te ne concedo anche quaranta con un paio di mitragliatrici.

      – No, le mitragliatrici non passerebbero; e poi possono essere piú utili a voi che a noi.

      – Puoi aver ragione – rispose Yanez, il quale appariva, malgrado il suo carattere sempre vivace ed allegro, assai preoccupato. – Quando andrai ad esplorare quel passaggio?

      – Appena caduta la notte, signore. È necessario che si raffreddi ancora un po’.

      – Io ti accompagnerò con Tremal-Naik. Sandokan intanto veglierà alla foce del fiume nero.

      – L’impresa potrebbe essere pericolosa assai, Altezza.

      Un sorriso sdegnoso sfiorò le labbra dell’uomo che i malesi ed i dayaki chiamavano la Tigre bianca.

      – Ho provato ben altri pericoli a Mompracem, a Labuan, nel Borneo ed anche qui – disse.

      – Lo so, Altezza. Voi avete ucciso, insieme col vostro amico, il capo degli strangolatori delle Sunderbunds durante l’assalto di Delhi. Tutti sanno, anche in India, che siete degli uomini capaci di rovesciare degli imperi.

      – Hai finito?

      – Sí, Altezza.

      – Concludi.

      – Questa sera, giacché lo desiderate, andremo a cercare il cibo ai cavalli ed agli elefanti insieme con voi.

      – Siamo intesi.

      In