Emilio Salgari

Le meraiglie del Duemila


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caro signore, la popolazione del globo in questi cento anni è enormemente cresciuta, e non esistono più praterie per nutrire le grandi mandrie che esistevano ai vostri tempi. Tutti i terreni disponibili sono ora coltivati intensivamente per chiedere al suolo tutto quello che può dare. Se così non si fosse fatto, a quest’ora la popolazione del globo sarebbe alle prese colla fame. I grandi pascoli dell’Argentina e i nostri del Far-West non esistono più, ed i buoi ed i montoni a poco a poco sono quasi scomparsi, non rendendo le praterie in proporzione all’estensione. D’altronde non abbiamo più bisogno di carne al giorno d’oggi. I nostri chimici, in una semplice pillola dal peso di qualche grammo, fanno concentrare tutti gli elementi che prima si potevano ricavare da una buona libbra di ottimo bue.»

      «E l’agricoltura come va senza buoi?»

      «Anticaglie» disse Holker. «I nostri campagnoli non fanno uso che di macchine mosse dall’elettricità.»

      «Sicché non vi sono più neanche cavalli?»

      «A che cosa potrebbero servire? Ce ne sono ancora alcuni, conservati più per curiosità che per altro.»

      «E gli eserciti non ne fanno più uso?» chiese il dottor Toby. «Ai nostri tempi tutte le nazioni ne avevano dei reggimenti.»

      «E che cosa ne facevano?» chiese Holker, con aria ironica.

      «Se ne servivano nelle guerre.»

      «Eserciti! Cavalleria! Chi se ne ricorda ora?»

      «Non vi sono più eserciti?» chiesero ad una voce Toby e Brandok.

      «Da sessant’anni sono scomparsi, dopo che la guerra ha ucciso la guerra, l’ultima battaglia combattuta per mare e per terra fra le nazioni americane ed europee è stata terribile, spaventevole, ed è costata milioni di vite umane, senza vantaggio né per le une né per le altre potenze. Il massacro è stato tale da decidere le diverse nazioni del mondo ad abolire per sempre le guerre. E poi non sarebbero più possibili. Oggi noi possediamo degli esplosivi capaci di far saltare una città di qualche milione di abitanti; delle macchine che sollevano delle montagne; possiamo sprigionare, colla semplice pressione del dito, una scintilla elettrica trasmissibile a centinaia di miglia di distanza e far scoppiare qualsiasi deposito di polvere. Una guerra, al giorno d’oggi, segnerebbe la fine dell’umanità. La scienza ha vinto ormai su tutto e su tutti.»

      «Eppure quest’oggi, appena svegliato, mi fu comunicata dal vostro giornale una notizia che smentirebbe quello che avete detto ora, mio caro nipote» disse Toby.

      «Ah sì! La distruzione di Cadice da parte degli anarchici. Bazzecole! Ormai questi bricconi irrequieti saranno stati completamente distrutti dai pompieri di Malaga e di Alicante.»

      «Dai pompieri?»

      «Non abbiamo altre truppe al giorno d’oggi, e vi assicuro che sanno mantenere l’ordine in tutte le città e sedare qualunque tumulto. Mettono in batteria alcune pompe e rovesciano sui sediziosi torrenti d’acqua elettrizzata al massimo grado. Ogni goccia fulmina, e l’affare è sbrigato presto.»

      «Un mezzo un po’ brutale, signor Holker, e anche inumano.»

      «Se non si facesse così, le nazioni si vedrebbero costrette ad avere delle truppe per mantenere l’ordine. E del resto siamo in troppi in questo mondo, e se non troviamo il mezzo d’invadere qualche pianeta, non so come se la caveranno i nostri pronipoti fra altri cent’anni, a meno che non tornino, come i nostri antenati, all’antropofagia. La produzione della terra e dei mari non basterebbe a nutrire tutti, e questo è il grave problema che turba e preoccupa gli scienziati. Ah! se si potesse dar la scalata a Marte che ha invece una popolazione così scarsa e tante terre ancora incolte!»

      «Come lo sapete voi?» chiese Toby, facendo un gesto di stupore.

      «Dagli stessi martiani» rispose Holker.

      «Dagli abitanti di quel pianeta!» esclamò Brandok.

      «Ah, dimenticavo che ai vostri tempi non si era trovato ancora un mezzo per mettersi in relazione con quei bravi martiani.»

      «Scherzate?»

      «Ve lo dico sul serio, mio caro signor Brandok.»

      «Voi comunicate con loro?»

      «Ho anzi un carissimo amico lassù che mi dà spesso sue notizie.»

      «Come avete fatto a mettervi in relazione coi martiani?»

      «Ve lo dirò più tardi, quando avrete visitato la stazione elettrica di Brooklyn. Eh! Sono già quarant’anni che siamo in relazione coi martiani.»

      «È incredibile!» esclamò il dottor Toby. «Quali meravigliose scoperte avete fatto voi in questi cent’anni!»

      «Molte che vi faranno assai stupire, zio. Appena vi sarete completamente rimessi, vi proporrò di fare una corsa attraverso il mondo. In sette giorni saremo nuovamente a casa.»

      «Il giro del mondo in una settimana!…»

      «È naturale che ciò vi stupisca. Ai vostri tempi s’impiegavano quarantacinque o cinquanta giorni, se non m’inganno.»

      «E ci sembrava d’aver raggiunto la massima velocità.»

      «Delle tartarughe» disse Holker, ridendo. «Poi faremo anche una corsa al polo nord a visitare quella colonia.»

      «Si va anche al polo, ora?»

      «Bah!… è una semplice passeggiata.»

      «Avete trovato il mezzo di distruggere i ghiacci che lo circondano?…»

      «Niente affatto, anzi io credo che le calotte di ghiaccio che avvolgono i due confini della terra siano diventate più enormi di quello che erano cent’anni fa; eppure noi abbiamo trovato egualmente il mezzo di andare a visitarli e anche a popolarli. Vi abbiamo relegati là…»

      Un sibilo acuto che sfuggì da un foro aperto sopra una mensola che si trovava in un angolo della stanza, gl’interruppe la frase.

      «Ah, ecco la mia corrispondenza che arriva» disse Holker, alzandosi.

      «Un’altra meraviglia!» esclamarono Toby e Brandok alzandosi.

      «Una cosa semplicissima» rispose Holker. «Guardate, amici miei.»

      Premette un bottone al disotto d’un quadro che rappresentava una battaglia navale. La figura scomparve, innalzandosi entro due scanalature, e lasciando un vano d’un mezzo metro quadrato. Dentro v’era un cilindro di metallo coperto di numeri segnati in nero, lungo sessanta o settanta centimetri, con una circonferenza di trenta o quaranta.

      «Il mio numero d’abbonamento postale è il 1987» disse Holker. «Eccolo qui, e in un piccolo scompartimento sono state collocate le mie lettere.»

      Mise un dito sul numero, s’aprì uno sportellino e trasse la sua corrispondenza, poi fece ridiscendere il quadro e premette un altro bottone.

      «Ecco il cilindro ripartito» disse. «Va a distribuire la corrispondenza agli inquilini della casa.»

      «Come è giunto qui quel cilindro?» chiese Brandok.

      «Per mezzo d’un tubo comunicante coll’ufficio postale più vicino, e rimorchiato da una piccola macchina elettrica.»

      «E come si ferma?»

      «Dietro il quadro vi è uno strumento destinato ad interrompere la corrente elettrica. Appena il cilindro vi passa sopra, si ferma e non riparte se io prima non riattivo la corrente premendo quel bottone.»

      «Vi è un cilindro per ogni casa?»

      «Sì, signor Brandok; devo avvertirvi che le abitazioni moderne hanno venti o venticinque piani e che contengono dalle cinquecento alle mille famiglie.»

      «La popolazione d’uno dei nostri antichi sobborghi» disse il dottore. «Non ci sono dunque più case piccole?»

      «Il terreno è troppo prezioso oggidì, e quel lusso è stato bandito. Non si può sottrarre spazio all’agricoltura. Ma comincia a far buio; sarebbe tempo d’illuminare il mio salotto. Ai vostri tempi che cosa si accendeva alla sera?»

      «Gas,