Emilio Salgari

Le meraiglie del Duemila


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disse Holker, aprendosi il passo fra gli sterpi.

      S’accostò, non senza provare una certa emozione, alla piccola costruzione e, rizzandosi quanto era lungo, appoggiò il viso alla cupoletta di vetro.

      Subito un grido gli sfuggì.

      «È incredibile! Sono là ambedue e mi sembrano intatti! Che il mio antenato sia proprio riuscito a scoprire un filtro così meraviglioso da poter sospendere la vita per cent’anni?»

      I suoi due compagni, avevano gettato uno sguardo attraverso i vetri, e anch’essi non avevano potuto frenare un grido di stupore.

      «Sono là! Sono là!»

      «E pare che dormano» disse Holker, che era in preda ad una viva emozione.

      «Signor Holker, vi sareste ingannato?» chiese il notaio.

      «Non so che dire; ora ho una lontana speranza di poter rivedere vivo il mio antenato.»

      «Entriamo, signore. Avete la chiave del sepolcreto?»

      «Sì; non entriamo subito, però.»

      «Perché?…»

      «Il mio antenato ha lasciato scritto che si lasci prima la porta aperta per qualche minuto.»

      «Non riesco a comprenderne il motivo» disse il compagno del notaio.

      «Per non esporci ad un potente raffreddore, signor sindaco» disse Holker. «Si fa presto a buscarsi una polmonite.»

      «Che vi sia molto freddo lì dentro?»

      «Sembra che il dottor Toby, oltre il filtro avesse anche scoperto un certo liquido capace di sprigionare un freddo polare.»

      «Deve trovarsi in quel vaso che scorgete là in quell’angolo.»

      «Aprite, signor Holker» disse il notaio. «Sono impaziente di assistere alla risurrezione di quei due uomini.»

      Fecero il giro della piccola costruzione, finché scoprirono una porticina di ferro.

      Holker introdusse la chiave nella serratura ed aprì facilmente. Subito una corrente estremamente fredda investì i tre uomini, costringendoli a retrocedere rapidamente.

      «Vi è un banco di ghiaccio là dentro!» esclamò il sindaco. «Che cosa contiene quel vaso per produrre un simile freddo? Che gli scienziati di cent’anni fa valessero meglio di quelli d’oggi?»

      «Grand’uomo quel mio antenato» disse Holker. «Farò una ben meschina figura io, vicino a lui!…»

      Attesero alcuni minuti, poi, quando la corrente fredda diminuì, uno alla volta s’introdussero nel sepolcreto, avanzandosi carponi, essendo la porta assai bassa e stretta.

      Si trovarono in una stanza circolare, colle pareti coperte da lastre di vetro, ben connesse da armature di rame.

      Nel mezzo vi era un letto abbastanza largo e su di esso, avvolti in grosse coperte di feltro, si scorgevano due esseri umani coricati l’uno presso l’altro.

      I loro volti erano gialli, gli occhi chiusi, e le loro braccia, che tenevano sotto le coperte, parevano irrigidite. Non si riscontrava su di loro alcun indizio di corruzione delle carni.

      Il signor Holker s’era accostato rapidamente a loro e aveva sollevato le coperte.

      «È incredibile!» esclamò. «Come si possono essere conservati così questi due uomini, dopo cent’anni? Possibile che siano ancora vivi? Nessuno lo ammetterebbe.»

      I suoi compagni si erano anche essi accostati e guardavano con una specie di terrore quei due uomini, chiedendosi ansiosamente se si trovavano dinanzi a due cadaveri o a due addormentati.

      Quello che si trovava a destra era un bel giovane di venticinque o trent’anni, coi capelli di color biondo rossiccio, di statura alta e slanciata; l’altro invece dimostrava cinquanta o sessant’anni, aveva i capelli brizzolati, ed era più basso di statura e di forme più massicce.

      Sia l’uno che l’altro erano meravigliosamente conservati: solo la pelle del viso, come abbiamo detto, aveva assunto una tinta giallastra, simile a quella delle razze mongoliche.

      «Qual è il vostro antenato?» chiese il notaio.

      «Il più vecchio. L’altro è il signor James Brandok.»

      «Agirete subito?»

      «Senza ritardo.»

      «Siete medico, è vero?»

      «Come il mio antenato.»

      «Sapete come dovete operare?»

      «Il documento lasciato da Toby Holker parla chiaro. Non si tratta che di far due iniezioni.»

      «Ed il liquido misterioso?»

      «Deve trovarsi in quella cassetta» rispose il signor Holker, indicando una scatola di metallo che si trovava in fondo al letto.

      «Torneranno subito in vita?»

      «Non credo; forse dopo che li avremo immersi nell’acqua tiepida.»

      «Dovremo quindi portarli fino alla borgata?»

      «Non è necessario» rispose il signor Holker. «Ho dato ordine al mio macchinista di raggiungermi col Condor e non tarderà a venire. Porterò il mio antenato ed il signor Brandok a casa mia, a Nuova York. Desidero che tutti ignorino per ora la risurrezione di questi due uomini.»

      Mentre parlava aveva aperto la cassetta di ferro dove si vedevano dei documenti, due fiale di cristallo piene d’un liquido rossastro e delle siringhe.

      «Ecco il filtro misterioso» disse, prendendo le fiale. «Agiremo senza perdere tempo.»

      Denudò il petto dei due addormentati, poi immerse una siringa in una delle due fiale, dicendo:

      «Una iniezione in direzione del cuore e una nel collo: vedremo se avranno qualche effetto».

      «Signor Holker,» disse il notaio «voi che siete dottore, vi sembra che siano morti? Hanno un certo aspetto…»

      «Di mummie egiziane?»

      «No, perché le loro carni hanno ancora una certa freschezza.»

      «Allora di persone non morte» disse il signor Holker.

      «Sapete che non dispero?»

      «Batte il loro cuore?»

      «No.»

      «Sono freddi?»

      «Sfido io, colla temperatura che regnava qui dentro! Sono immersi in una specie di catalessi, che mi ricorda gli straordinari esperimenti dei fakiri indiani.»

      «Dunque non disperate?»

      «Mah… Constato solamente che sono meravigliosamente conservati dopo venti lustri. Aiutatemi, signor Sterken.»

      «Che cosa devo fare?»

      «Tenete semplicemente una di queste fiale, mentre io inietto il liquido scoperto dal mio antenato.»

      «Che sia invece fatale?»

      «Io eseguisco la sua ultima volontà; se muore, ammesso che dorma ancora, non sarà colpa mia. Proviamo!…»

      Il signor Holker prese la siringa, appoggiò la punta acutissima sul petto del dottore in prossimità del cuore e fece una iniezione abbondante, sottocutanea. Ripeté la medesima operazione sul collo, prese la vena giugulare, poi attese, in preda ad una profonda ansietà, tenendo in mano il polso del suo antenato. Nessuno parlava: tutti tenevano gli sguardi fissi sul dottore, colla speranza di sorprendere su quel viso giallastro una mossa qualsiasi, che potesse essere indizio d’un ritorno alla vita. Era trascorso un minuto, quando il signor Holker si lasciò sfuggire un grido di stupore.

      «È incredibile!»

      «Che cosa avete?» chiesero ad una voce il notaio ed il sindaco.

      «Quest’uomo non è morto!»

      «Batte il suo polso?»

      «Ho sentito una leggera vibrazione.»

      «Che vi siate ingannato?» domandò il notaio,